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Basilicata e Kirghizistan, le foto morbide di Hilton

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Jodi Hilton con le sue foto esposte a Torino fino al 13 novembre 2016
Jodi Hilton con le sue foto esposte a Torino fino al 13 novembre 2016

«Il primo reportage che ho fatto, è stato alla frontiera con il Messico, per vedere la situazione in quella zona. Avevo 22 anni, ero sola e sapevo poco lo spagnolo».
Così Jodi Hilton, americana di Boston, ricorda l’inizio della sua carriera di fotoreporter. Eppure non è una “guerriera”: minuta, riservata, rispettosa delle persone che inquadra con il suo obiettivo, Jodi Hilton ha iniziato a fare la fotoreporter per caso, «volevo fare la pittrice, ma durante l’università ho cominciato a interessarmi alla fotografia fino a diventare fotoreporter e a occuparmi di reportage».
È in Italia per l’inaugurazione della mostra In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra. (Torino, Palazzo Madama, dal 7 ottobre al 13 novembre 2016). Dove espone cinque scatti insieme ad altre tredici colleghe che lavorano per le maggiori testate internazionali e che provengono da Italia, Egitto, Usa, Croazia, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Spagna. Curata dalle giornaliste Andreja Restek e Stefanella Campana e da Maria Paola Ruffino, conservatrice di Palazzo Madama la mostra è promossa dall’Associazione Gi.U.Li.A -Giornaliste Unite Libere Autonome e da ADCF Onlus, l’Ambulanza dal Cuore Forte.
Ma torniamo a quel primo viaggio, in auto da sola, dal Colorado a El Paso, poi lungo la frontiera fino a Juarez, una delle città più pericolose del mondo.
«Avevo paura e sono tornata subito dall’altra parte del confine, negli Stati Uniti, ma il giorno dopo ho detto a me stessa che dovevo farcela e al mattino sono ritornata a Juarez, che con la luce del giorno fa meno paura.
Così a Jurez ho conosciuto un fotografo che se ne andava in giro con tre macchine fotografiche Leica. Era molto gentile, molto professionale e mi ha preso sotto la sua ala protettrice, ho proseguito con lui, ho visto chi passa la frontiera a piedi illegalmente. Da lì è cominciata la mia storia di fotoreporter. Da allora sono stata in altri posti pericolosi, ma con più confidenza e sicurezza.
Nel frattempo mi sono laureata in arte, ho fatto un Master in fotografia e ho cominciato a girare il mondo».

Come è organizzato il tuo lavoro? Sei una freelance o lavori a contratto?
«Lavoro in tre modi. Dal 2000 lavoro come freelance. Prima invece lavoravo come fotografa in una redazione di Chicago. Vedevo i colleghi maschi che si occupavano della guerra nei Balcani ed ero gelosa, volevo fare anche io quell’esperienza.
In Italia lavoro con l’agenzia Nurphoto dell’Aquila.
Infine lavoro anche per conto mio, con colleghi giornalisti con cui mi piace collaborare. È la cosa migliore, ho tante idee di cose che vorrei fare, e in due si è più forti. Spesso lavoro con giornliste donne perché purtoppo gli uomini spesso preferiscono lavorare con altri uomini, è come un “boys club”».

Come sei arrivata in Italia?
«Sono venuta per la prima volta in Italia con il programma Intercultura. Sono rimansta per otto mesi ad Anzio, vicino a Roma, per frequentare il liceo. Poi sono tornata diverse volte a Firenze per studiare arte e per il Master. Ho realizzato un progetto sul libro di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli. È stato come viaggiare indietro nel tempo. Levi era un antifascista, mandato al confino e anche io “mi sono mandata al confino da sola” per quattro mesi in un paese della Basilicata per lavorare sul mio progetto “Return to Alliano”, dal nome del paesino in cui ero. Lì le persone sopra i 50 anni non parlano l’italiano ma solo il dialetto, quindi non era facile comunicare con loro, per fortuna con i giovani sì. E ho anche imprato qualche parola di dialetto! Il progetto sulla Basilicata è stato poi pubblicato sul National Geographic Italia».

Una foto di Jodi Hilton, Refuges
Una foto di Jodi Hilton, Refuges

Secondo te esiste uno sguardo femminile, nel tuo lavoro di fotoreporter?
«Posso dire che io lavoro a modo mio, quello che ne esce è il “mio” sguardo, ciò che conta non è che sia femminile o maschile, ma che sia è il mio. So di essere un po’ morbida quando lavoro, forse in questo si può dire femminile. Però ci sono anche maschi che lavorano lentamente e con morbidezza, queste non sono solo peculiarità delle donne. E viceversa ci sonno donne che hanno un approccio molto più maschile, nel senso che sono piuttosto aggressive: usano obiettivi e macchine grandi, a volte in situazioni di ressa, spingono. Non è il mio modo di fare, anche perché sono bassa e quando c’è folla per me è più difficile lavorare. Non posso farmi largo spingendo. E così cerco un altro punto di vista, diverso, e questo forse è un bene.
Ad esempio ho scattato una foto al confine tra Grecia e Macedonia in cui profughi spingono per passare. In quel momento c’era molta confusione, io stavo bassa, zigzagando, e così non davo neanche fastidio agli altri fotografi.
Non so se c’è uno sguardo femminile, ogni fotografo ha il suo sguardo. Ma certmente è importante avere delle donne che fanno questo lavoro, visto che anche i soggetti fotografati per la metà sono donne».

È cambiato il mondo dei fotoreporter da quando hai cominciato? Ci sono più donne?
«Si, ora ci sono più donne rispetto al passato. Quando ho iniziato io mi avevano consigliato di non fre questo mestiere, perché era “da uomo”. Questa cosa mi aveva fatto molto arrabbiare, volevo dimostrare che potevo farlo».

A che cosa stai lavorando adesso?
«Sto lavorando per l’UNDP a un progetto sulle diseguaglinze in Serbia e Macedonia, Armenia, Moldavia e Kirghizistan. Devo trovare storie capaci di colpire su questi temi. Ad esempio in Macedonia si parla molto di disoccupazione, in Serbia di marginalizzazione dei Rom. Lì sto seguendo un famiglia Rom che vive senza elettricità, acqua corrente o servizi igienici. Sono stata con loro qualche giorno per ritrarli. Il Guardian sta valutando se acquistare questo servizio. Forse se ne farà anche una mostra.
In Kirghizistan andrò in una zona in cui non ci sono condutture dell’acqua.
A dicembre, finito questo servizio, torno in Bulgaria, dove adesso vivo.
Sto preparando anche un progetto sull’islam nei Balcani. La Bulgaria ha la più alta percentuale di musulmani indigeni, non immigrati d’Europa. Voglio indagare la tensione tra l’islam indigeno e quello che arriva dall’esterno, più estremista, wahabita. L’immigrazione porta al razzismo verso ciò che non si conosce: gli immigrati sono visti con paura perché non li si conosce e non li si capisce. Ma quando si parla con un siriano o un afgano si vede che non c’è da avere paura».

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