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Bahrain, un arcipelago sprofondato nella repressione

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Il giorno di Natale del 2017, il Bahrain ha emesso 6 sentenze di morte. L’accusa: terrorismo. Per aver tentato di assassinare il Capo della Forza di Difesa del Bahrain, diciotto uomini in tutto sono stati condannati alla pena capitale; otto sono latitanti nel Golfo Persico. Si tratta di un atto gravissimo e intimidatorio contro tutti gli oppositori del governo.

Risale al 4 gennaio scorso il tweet che riporta il fermo di Younis Sultan, picchiato nella stazione di polizia di Hamad Town dall’ufficiale Taher Alalawi. Younis è il fratello più giovane di Mohamed Sultan, difensore dei diritti umani, che lavora con UN Media occupandosi degli abusi nelle carceri.
Nabeel Rajab, tuttora in carcere e presidente del Bahrain Centre for Human Rights, deve affrontare processi separati per alcune sue dichiarazioni pubblicate in un articolo del New York Times, intitolato “Lettera da un carcere bahreinita” e per una missiva pubblicata sul quotidiano Le Monde.
Lo scorso giugno, il Ministero degli Interni ha rifiutato di rinnovare la licenza giornalistica di Nazeeha Saeed, che lavorava regolarmente per France 24 e Radio Monte-Carlo. Saeed ha un divieto di viaggio, il famigerato travel ban: l’accusa, per lei e per tutti gli altri, è di mancato accreditamento per lavorare per i media stranieri.

Eman Salehi, giornalista sportiva, uccisa a soli 28 anni

Alla fine di dicembre 2016 Eman Salehi, giornalista sportivo di un’emittente televisiva del Bahrain è stato ucciso. Ancora oggi non sono chiare le circostanze e l’accaduto; è stato fermato un uomo, rilasciato qualche giorno dopo.
Ad aprile, più di venti bahreniti sono stati sottoposti a un divieto di viaggio a Manama; partivano per partecipare al meeting delle Nazioni Unite a Ginevra. In ottobre, a Zainab Al-Khamees del WHRD (Women Human Rights Defenders International Coalition), membro dei Diritti Umani del Bahrain, non è stato permesso di uscire dal paese per una sessione importante della Human Rights in Europa.
Ad almeno cinque giornalisti del Bahrain che lavoravano per i media internazionali, Agence France-Presse, Associated Press, France 24 e Reuters, è stato rifiutato il rinnovo dell’accreditamento; a febbraio 2016, quattro giornalisti americani sono stati arrestati e deportati dopo che il governo li ha accusati di essere entrati nel Paese senza registrarsi come giornalisti e fingendosi turisti.

Per molti giornali americani vige tuttora il divieto di ingresso da parte governo: non possono entrare nel Paese. Proprio il New York Times è uno di questi. Nel maggio 2012, il giornalista Abdulla Al Mannai è stato eletto Freedoms Committee Chairman della Bahrain Journalists Society; limite professionale di Abdulla, una bella quanto liberale formazione canadese. Ha lasciato l’incarico nel maggio del 2014, molto probabilmente no volutamente; nell’occasione, ha dichiarato che i termini erano scaduti.

Prima delle proteste del 2011, la copertura dei notiziari del Bahrain sui fatti politici era più critica e indipendente, al confronto con altri Paesi del Golfo Persico. Da quando sono esplose le proteste, i media e i singoli giornalisti hanno affrontato una crescente pressione da parte del governo, anche attraverso procedimenti legali restrittivi. Come le leggi che vietano le critiche nei confronti dell’Islam, del re, o di emblemi nazionali, considerate azioni che minano la sicurezza dello Stato e la destituzione del governo in carica. Molti giornalisti sono stati imprigionati e accusati di diffamazione, calunnia, divulgazione di segreti: secondo il Cpj, il Commitee to protect journalists, c’erano sette giornalisti dietro le sbarre in Bahrain, da dicembre 2016. I giornalisti locali riportano anche intimidazioni dirette da parte del governo; tutte le pubblicazioni, compreso il quotidiano di opposizione Al Wasat, sono stati chiusi. Internet rappresenta ancora lo spazio alternativo per l’espressione pubblica, ma è strettamente monitorato: il governo dedica risorse considerevoli alla sorveglianza e alla cosiddetta sicurezza informatica.
Secondo l’International Telecommunication Union (Itu), il 98% della popolazione del Bahrain ha avuto accesso a Internet nel 2016.

Le autorità fanno uso di misure tecnologiche e normative per controllare il flusso di informazioni, perseguitando i giornalisti per ogni tipo di violazione. A luglio 2016, il Ministro dell’Informazione ha emesso una nuova nota, un regolamento che richiede ai giornali di ottenere licenze annuali rinnovabili, pubblicate online. Inoltre, ha proibito il live streaming video, così come videoclip più lunghi di 120 secondi. Il governo ha inoltre limitato l’accesso dei giornalisti stranieri al Paese, sia negando l’entrata sia deportando quelli che avevano ottenuto le autorizzazioni e gli accrediti. I primi sei mesi del 2017 hanno visto crescenti casi di intimidazioni e rappresaglie contro i difensori dei diritti umani, giornalisti e membri attivi della società civile. Il Bahrain Center for Human Rights ha documentato un aumento del numero di individui arrestati arbitrariamente, un numero maggiore di proteste, un numero significativo di ordini di revoca della cittadinanza e la fine di una moratoria non ufficiale sulla pena di morte. Tutti i movimenti di opposizione sono stati sciolti e privati dei loro beni. Molti manifestanti pacifici sono morti per le ferite riportate durante gli scontri con le forze di sicurezza e tanti sono stati feriti dall’uso di palline birdshot e gas lacrimogeni. Il Bahrain è classificato al 164 ° posto su 180 Paesi nella mappa mondiale della libertà di stampa RSF del 2017.

Pearl Roundabout, Manama, i primi giorni delle proteste contro il governo. Febbraio 2011, foto di Adriana Fara
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