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Bahrain, una donna leader dei giornalisti. Ma il regime insidia la libertà

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Ahdeya Ahmad

Il Bahrain continua a essere una delle prigioni dei giornalisti: sono ancora nove, quelli rinchiusi nelle carceri di Jau. Quasi tutti sono giovani, con sentenze definitive e detenuti insieme a 4.000 attivisti politici. Tutto ciò accede mentre, nel mese di gennaio 2019, è stata eletta la prima donna a capo della Bahrain Journalists Association (BJA). Si tratta di Ahdeya Ahmad, vice caporedattore del Daily Tribune a Manama. Ahdeya, che ha sconfitto la concorrenza di Yousuf Al Bin Khalil (caporedattore di al Watan) finora, non ha risposto alle mail che organizzazioni umanitarie e giornalisti le hanno inviato dall’estero, nonostante anche lei sia giovane, avendo la stessa età dei suoi colleghi shiiti in Jau: «Non solo non risponde mai, ma non dà replica nemmeno alle istanze della nostra ambasciata italiana in Manama, evitando di dare sèguito alle nostre richieste». Il commento è di Cristina Sugoni, giovane funzionaria della Americans for Democracy & Human Rights Bahrain (ADHRB) in Italia.
Il 25 febbraio 2019, la Corte di Cassazione del Bahrain ha confermato la condanna a 3 anni per tre membri della famiglia di Sayed Ahmed Alwadaei, attivista fuggito in Gran Bretagna e membro eminente del BIRD (Bahrain Institute for Rights and Democracy), con base a Londra. Con questa decisione, la suocera Hajer Mansoor, il cognato Sayed Nizar Alwadaei e il cugino Mahmood Marzooq Mansoor dovranno scontare una condanna che le Nazioni Unite hanno giudicato arbitraria e illegale. Ben undici ong, tra le quali le stesse ADHRB e BIRD, hanno inviato una lettera alle autorità, condannando la sentenza come caso di rappresaglia contro Sayed per il suo lavoro sui diritti umani e chiedendo l’immediato rilascio della sua famiglia.

«Il 14 febbraio 2019, ottavo anniversario della rivolta pacifica in Bahrain, in aula Nassyria in Senato, con Marian Al Khawaja, Brian Dooley, Riccardo Noury e il senatore Alberto Airola, si sono affrontate tutte le violazioni dei diritti umani in Bahrain –  continua Cristina Sugoni  – La nostra ambasciata a Manama è stata più volte sollecitata a seguire i processi dei giornalisti e degli attivisti in sede giudiziaria, chiedendo anche al governo d’incontrare i prigionieri. Certo, noi siamo tra i primi partner commerciali del Bahrain: questa potrebbe essere la spiegazione di tanta difficoltà. Ma l’Italia non conosce la cultura del disimpegno sui diritti delle persone. Ecco perché insistiamo, e abbiamo chiesto una risoluzione di condanna per i diritti umani. L’Italia deve ripudiare il regime degli Al Khalifa». «L’anno scorso c’è stato un tentativo in questo senso: in aeroporto, a Manama, abbiamo chiesto formalmente alle autorità bahrenite di poter vedere i prigionieri Nabeel Rajab e Abdulhadi Al Khawaja», racconta il senatore Alberto Airola. «Siamo rimasti seduti per 24 ore, poi ci hanno chiesto di prendere un volo e di uscire dal Paese. Dobbiamo tornarci».
Il 28 febbraio scorso, il senatore Ron Wyden ha presentato una dichiarazione al Congresso degli Stati Uniti, affrontando il deterioramento della situazione in Bahrain e la sua preoccupazione per le revoche di cittadinanza come punizione per l’attivismo e il dissenso, la chiusura dell’ultimo giornale indipendente e il targeting dei giornalisti. Wyden ha sottolineato una dichiarazione dello stesso presidente americano: «Vede il mondo attraverso una lente transazionale ed è disposto a trascurare le violazioni dei diritti, in nome delle vendite di armi o di una maggiore cooperazione alla difesa». Proprio mentre Hatice Cengiz, la fidanzata di Jamal Khashoggi (il giornalista saudita ucciso in Turchia, ex direttore di una rete televisiva in Bahrain che durò poche ore) ha chiesto all’UE di mettere i diritti umani prima dell’economia e di smettere di privilegiare i soli interessi economici: l’omicidio di  Khashoggi dominava la conferenza della Commissione per i Diritti Umani al Parlamento Europeo.

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