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Aspettando Domenico…

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Domenico Quirico, inviato de La Stampa, già corrispondente da Parigi, ultimamente spesso in territori di guerra: dal Mali alla Siria, dove da più di 20 giorni non dà notizie…

Pubblichiamo per rendergli omaggio e augurarci che torni presto a casa, parte di un’intervista dello scorso 19 novembre, quando il giornalista aveva partecipato, ospite del filosofo Guido Brivio, ai Dialoghi Filosofici, rassegna organizzata dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

Nel mondo anestetizzato dei media, ha senso dire la verità?
Il giornalismo secondo me è molto semplice: è esserci, essere in un luogo, vedere cosa accade e raccontarlo. Fino a che il giornalismo sarà in questi termini, esisterà. Il giornalista che non è presente nei luoghi dove l’uomo soffre, fra le guerre, ecc. Se il giornalista non è presente lì, i giornali possono chiudere. Ci sarà un’altra forma di racconto, ma non il giornalismo. L’impegno è esserci.

La prima cosa è il contatto con la realtà e raccontarla. La responsabilità verso la realtà, ovvero l’etica del giornalismo che assicura che la realtà venga trasmessa…
Quando entro nelle tragedie degli altri, prima di tutto devo essere estremamente onesto, ed è l’unico modo per condividere, vivere le stesse cose che stanno soffrendo le persone che racconto. È uno scambio onesto. Condivido gli stessi rischi, esattamente come loro.
Secondo, il rapporto di onestà con i lettori: non prometto di raccontare, spiegare tutta la realtà, ma la mia realtà, solo ciò che ho visto.
Non presento tutto, ma la mia visione. Per esempio, arrivo ad Aleppo, ci vivo, ma ciò che scrivo è solo quello che io vedo. Cerco di darne il senso, il rumore, l’odore. Questa è l’onestà della comunicazione.

Leggendo i suoi articoli a volte sembra di leggere letteratura. Lei racconta delle storie: è una maniera per capire la vita?
Non faccio letteratura, ma lavoro con le parole. Alcuni dicono che scrivo in modo antiquato. È una questione di quantità di colori: se ne ho mille, la tavolozza è più ricca, e la uso per restituire la vita, la morte, quello che c’è dietro le cose.
Fare il giornale giorno per giorno è un atto complicatissimo: la scelta, l’aggregazione, il taglio, la riduzione della realtà. Non si prende tutto. La grandezza è l’atto divino di scegliere; a volte non succede, e si genera in chi legge qualcosa di falso. E’ cattivo giornalismo.

Negli ultimi anni vi è stato un grande sviluppo dei media: 20 o 30 anni fa si raccontava meglio la verità?
No. Per esempio agli esteri, in un mondo “globalizzato”, ci sono luoghi dove la conoscenza non è penetrata. Oppure: noi sappiamo cosa succede in Macedonia? Come vive la gente là? Non si fa mai un servizio su questi posti. Vi è un problema colossale di ignoranza.

Dietro la comunicazione c’è il potere?
Sono nemico giurato delle teorie complottistiche. I mali del giornalismo sono la fretta, l’approssimazione, ma non vedo un progetto globale di manipolazione.

Essere un testimone (in greco martir) le è costato?
Sono un viaggiatore particolare: ciò che mi interessa è confrontarmi con il Male, respirare laddove c’è il battito del Male e il suo contrario. É un gioco antico. Vado, attraverso l’uomo che incontro (e io mi butto, non sapendo cosa succede), alla ricerca del Male.

È una testimonianza facile?
È un cambiamento del modo di vedere la realtà. Nel ’94 in Rwanda, avvenne il genocidio del XX secolo, 800.000 morti su una popolazione di 4 milioni: un genocidio artigianale, manuale, dove ogni assassino conosceva la sua vittima, e uccideva con le sue mani, con il macete. I giornalisti sono arrivati tardi, quando già il peggio era accaduto. Da quel momento, il rapporto con quello che racconto è cambiato: prima ero neutrale rispetto a quello che raccontavo, al di sopra, ma lì ho capito che a un certo punto bisogna scegliere dove andare, cosa raccontare.
Per esempio, in Siria da una parte vi sono i ribelli, dall’altra il regime di Assad. Molti colleghi raccontano l’altra parte dall’aereo, stando allo Sheraton di Aleppo, un cinque stelle. Io ho visto come il regime tratta la gente; però non bisogna dimenticare mai chi c’è dall’altra parte.
Scelgo, ma non posso dimenticare che dall’altra parte ho il dovere di sentire, di raccontare. Bene e Male a volte si mescolano.

Parlando della Primavera Araba ha citato Nasser: ci sono eroi nelle guerre?
Nelle rivoluzioni il tempo sembra più veloce, e che tutto sia possibile. É un tempo nuovo, dove il cuore batte più veloce e il respiro è più rapido. Sono luoghi dove il tempo è stato immobile, magari per tanto tempo. La rivoluzione è il tempo, ha rapporto diretto con il tempo, e dopo il tempo si ferma.

Dove va la storia ora?
Non verso occidente, non verso di noi. L’Europa e l’occidente sono civiltà morte, non producono più niente. In qualsiasi paese dell’Africa o del Nord Africa vi è energia, nel mondo musulmano vi è l’islam, una forza capace di spezzare qualsiasi muro. Fa battere il cuore della gente, la fa sognare: noi invece viviamo di rendita, non contiamo più nulla.

Vi è uno scontro o un incontro fra questi due mondi?
Credo che l’evento fondamentale sia lo scontro militare fra islam (l’islam radicale) e l’occidente; uno scontro politico, territoriale, dalla Mauritania al Corno d’Africa, il Medio Oriente, l’Afghanistan, le Filippine. È un tema fondamentale della storia di oggi.
I giovani tunisini, perchè sono venuti in Europa rischiando la pelle? I media dicono che è per riempirsi di soldi come gli albanesi, ma non è così. Il realtà, è il più grande gesto rivoluzionario: i giovani tunisini sono venuti per vedere cosa eravamo, cosa era questo occidente, e non hanno visto nulla perchè li abbiamo cacciati. Un giardino chiuso, solo per noi: ci sporcate le città, abbiamo detto loro, voi non potete condividere. È un’opportunità che l’Europa ha perduto, un’opportunità straordinaria. Tornati indietro, hanno votato per il partito islamico.
Là c’è qualcosa che noi non abbiamo più: Dio e la fede.

Cosa succede a stare dentro una guerra?
L’esperienza più terribile è il bombardamento aereo, per esempio ad Aleppo. É terrificante. Con un uomo con un mitra si può avere come un rapporto in qualche modo, ma con qualcosa che gira in cielo a casaccio e cerca qualcosa da uccidere e distruggere no: la bomba può cadere ovunque.
La guerra produce l’assenza della paura: si determina una forma di estraneità rispetto a quello che sta succedendo, tanto che sembra di stare lì da spettatori, non per viverla. Forse è il mestiere di giornalista. Succede in situazioni tragiche: non ci si sente parte di quello che succede e questo dà disagio, produce un senso di estraneità. Forse è una forma di autodifesa: la paura è la grande assente, e c’è l’angoscia di non avere paura.
La guerra mi ha restituito il significato di molte parole, per esempio sacrificio. Da noi c’è la crisi, è vero, ma il significato della parola sacrificio chiedetelo a chi non ha acqua, non ha la prospettiva di uscire dalla guerra, in una terra ad esempio come la Somalia, da 23 anni c’è la guerra!
Loro hanno la fede, cosa che noi non abbiamo più. Pregare è il senso della loro vita: è quello che eravamo noi tre secoli fa in Europa, dove le cattedrali davano il senso della presenza di dio, che era presente nei gesti della loro vita. In occidente Dio non è morto, ma è andato via, perchè non lo ascoltiamo più.
Il Sacro e Dio sono negli atti che compiamo. Dio è parziale e insegue la sua perfezione nei nostri gesti: si immiserisce nel male e si arricchisce nei gesti buoni, si perfeziona, diventa più grande.
Il ritmo del sacro qui da noi non c’è più. In qualsiasi paese musulmano, il venerdì la preghiera , dilaga in tutte le moschee, nella strada, esplode, blocca il traffico, diventa vita. La preghiera è in arabo classico, l’arabo del Corano, e tanti arabi non lo capiscono, è come il latino, eppure sono lì. È un’esplosione di energia, in queste mille preghiere collettive: in questi posti c’è la prepotenza del sacro e del divino, cosa che noi non abbiamo più.

Il dolore cosa insegna?
La sensazione più terribile è andare via, la storia che si ferma (dopo che uno se ne va, Lampedusa e le storie degli uomini continuano). Ho un senso di tradimento verso le persone che lascio e non troverò più (perchè saranno andati via o saranno morti). Si ha come il senso di non aver mai colto il segreto della loro esistenza: la loro sofferenza non è la mia, il loro tempo della sofferenza è diverso.

Chi ha vissuto un grande dolore ha una grande forza?
Sì.
Il Bene e il Male sono inestricabilmente mescolati, nel Male c’è molteplicità. Il vero santo di ognuno di noi è Guida, molte volte noi tradiamo noi stessi, gli altri, i nostri sogni. Incontrare il male è incontrare qualcuno che ti odia perchè rappresenti qualche cosa.

La percezione della morte…
Ne ho paura, sì, ma in questi mondi che ho visto la morte è così normale, quotidiana, ovvia, è così facile, naturale.

Un bilancio: cosa ha imparato?
A non avere pregiudizi, a non pormi mai con l’impressione di sapere qualche cosa, e questo dovremmo impararlo tutti comunque: mi ripeto questa cosa ogni volta che parto. Dopo tanti di questi viaggi, da due anni a questa parte, non sono più la stessa persona che ero prima.

Quale è la felicità che non conosciamo e che lei ha trovato?
Quella del sopravvivere, arrivare al giorno dopo, e non deve essere solo nella guerra. In Africa, milioni di uomini vivono con il ritmo del sole, una vita scandita dal tramonto e riaperta all’alba. Pensate di vivere con questo tempo, dove la notte precipita e la vita improvvisamente si ferma. Per questi milioni di uomini la felicità arriva all’alba, quando vedono che le mucche non sono state mangiate dallo sciacallo, quando hanno il cibo, ecc. E provano la straordinaria gioia di essere ancora vivi.
 

Si sente felice?
Le rispondo di sì.

 

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