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Arriva il festival del mobile journalism: fare notizia con la tecnologia

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All you need is (a) phone. Tutto quello che serve, è un telefono. Questo il titolo, sull’onda del famoso brano dei Beatles, della seconda edizione del Mojo Festival, il festival del mobile journalism che si svolge a Roma dal 27 al 29 settembre. Organizzato da Associazione Stampa romana e Associazione Nazionale Filmaker, presso la Casa del Cinema e altre location itineranti, prevede 20 seminari gratuiti con i principali esperti italiani nell’ambito della produzione, tramite smartphone e accessori del mestiere, di contenuti video, audio e social destinati a giornalisti – tutti accreditati Sigef e validi ai fini della formazione obbligatoria – ma aperti anche a videomaker, filmaker, storyteller, comunicatori, appassionati.

Lo scorso anno, Mojo è nato come un esperimento: portare nel cuore di Roma una tre giorni di formazione professionale e divulgazione tecnologica, senza biglietto d’ingresso, senza contributi pubblici, solo con il sostegno di sponsor privati perlopiù internazionali e il lavoro di un gruppo di volontari. Ora Mojo ritorna con lo stesso spirito: condividere sapere giornalistico, know-how e competenze per contribuire al rinnovamento del settore e consentire a prodotti sempre migliori di essere presenti sulle nuove piattaforme, liberandole da fake news e da manipolazioni.

Ne abbiamo parlato con il direttore e ideatore, il giornalista Nico Piro, inviato speciale Rai e autore – con Enrico Farro – del manuale Mojo (Centro di Documentazione Giornalista, Settembre 2018).

Chi è il cosiddetto mojoer, cioè il giornalista mobile?
«Il pubblico è composto da giornalisti per i quali l’immagine non è l’elemento dominante della loro professione, ma che vogliono aggiungere il video ai propri strumenti visto che ormai anche un quotidiano o una radio hanno forti canali web e social nei quali pubblicarli. Oggi si chiede ai colleghi di essere pronti a fare video e foto, non solo la parte scritta. Sono quelli che vogliono ampliare in generale la loro capacità produttiva. Altri sono freelance che magari lavorano per più testate e cercano nuovi modi di produrre materiali per il nuovo pubblico. Si tratta di un’evoluzione del modo di fare il giornalista.
Il successo di questi strumenti sta poi trasformando la definizione di mobile journalism, che oggi vuol dire saper usare lo smartphone per produrre contenuti video, audio, foto e grafica in molti altri campi, non solo in quello del racconto giornalistico. Per questo, Mojo apre le porte anche a videomaker, filmaker, registi e agli operatori delle società di comunicazione che hanno bisogno di produrre contenuti in linea con le nuove sfide».

Occupandosi di scrivere, fotografare e riprendere non si rischia di dover fare troppo, tralasciando la qualità?
«Il problema non è fare di tutto, ma farlo bene. La differenza la fa la professionalità che ci mettiamo nello svolgere il nostro lavoro. Noi proviamo a dare un contributo per quanto riguarda la formazione a un uso professionale dello strumento, come è lo smartphone. Tutti noi lo abbiamo in tasca e lo utilizziamo quotidianamente: la differenza la fa il modo in cui lo usiamo. Ci sono film di Hollywood fatti con lo smartphone, così come c’è il filmino del compleanno filmato dalla zia. Pensiamo al caso in cui un giornalista si trovi di fronte a un evento non programmato e non programmabile: perché non dovrebbe essere in grado di documentarlo al meglio, realizzando materiale di qualità? La differenza fra l’utente comune e il giornalista sta nel fatto che il primo realizza dei documenti, mentre il giornalista deve documentare in modo professionale. Noi lavoriamo sulla formazione professionale, diamo strumenti che poi ognuno utilizza se e come ritiene».

Quali sono gli errori più frequenti che le capita di vedere nell’usare gli smartphone per fare notizia?
«Sottostimare le possibilità del mezzo e delle piattaforme. Quando ci riferiamo al digitale noi parliamo di “praterie”, che oggi sono occupate soprattutto da pseudo-influencer e da fake news, spazi nei quali i giornalisti non ci sono, oppure restano ai margini. Dobbiamo riappropriarci di questi spazi, occuparli con un giornalismo di qualità. In Italia siamo in ritardo, a parte alcune eccezioni: la transizione digitale non è stata affrontata al meglio. All’estero si sono mossi diversamente ed esistono molti casi di eccellenza: come il Guardian e il New York Times, o altre realtà. Basti pensare che i giornalisti della BBC vengono formati da anni per riprendere, montare e distribuire i loro servizi utilizzando il telefonino».

Quali sono le cose da non perdere del festival Mojo 2019?
«Sicuramente l’atmosfera. Vi si ritrovano tanti giornalisti contenti, sorridenti, che imparano cose nuove. Poi ci sono i luoghi belli di Roma. E infine la possibilità di stare insieme, con una comunità di colleghi che hanno il piacere di evolvere e di guardare avanti».

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