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Anais Ginori e l’occhio dell’edicolante

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«Quando ho incontrato Patrick, l’edicolante, ho capito improvvisamente perché facevo questo mestiere, perché ero affascinata da un universo di carta che tenta di resistere al tempo».

«La carta stampata non ha più il monopolio delle notizie, così come la televisione non ha più quello delle immagini. Il senso del giornalismo sta anche nella scelta di non pubblicare qualsiasi cosa».

ginoriSe il terrorismo contemporaneo conta sul traino dei mass media per garantire clamore immediato e planetario alle sue gesta sanguinarie, nel caso della strage di Charlie Hebdo si incrociano coincidenze, probabilmente irripetibili, che ruotano intorno all’antico mondo delle notizie stampate su carta. Le ha colte con un bel lavoro di inchista d’antan, nel suo L’edicolante di Charlie, Anais Ginori, corrispondente del quotidiano La Repubblica a Parigi. Una delle prime giornaliste a raggiungere il luogo del massacro – anche perché vicino alla redazione – Anais ha unito la sostanza delle sue cronache del gennaio 2015 a un lavoro meticoloso di indagine e ricognizione delle fonti, per restituire un racconto crudo e dolorosamente simbolico di quell’azione assassina.

Il testimone che si fa protagonista inconsapevole della storia non è il kalashnikov di Said e Cherif Kouachi o il parente dei fanatici islamisti ma Patrick, un uomo dimenticato dalla baraonda di notizie sulla strage. Titolare della rivendita giornali storica nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés, a un passo dai caffè storici Fleur e Les Deux Magots e Fleur, era l’edicolante di riferimento per alcuni redattori di Charlie Hebdo.  Ogni mattina, tra i suoi clienti, sfilavano per ritirare la mazzetta dei quotidiani i vignettisti Cabu e Wolinski; compreso quel maledetto 7 gennaio, poco prima che, insieme ad altri dieci innocenti, i due incontrassero la morte per mano violenta. «Io non conoscevo – ci racconta Ginori – quelli di Charlie. Ma che, al di là della tragedia immane, l’attentato sia avvenuto proprio durante una riunione di redazione, un rito che per me è stato per anni quotidiano, è stato sconvolgente. Pensare che qualcuno possa entrare, durante una di quelle riunioni, armato e intenzionato ad ammazzare indiscriminatamente era inconcepibile, fino a quel giorno».

Il racconto accompagna il lettore all’apertura dell’edicola, poi su per le scale della palazzina del settimanale, prima che inviati e televisioni si precipitassero nella semisconosciuta rue Nicolas-Appert; poi la fuga dei terroristi dal centro di Parigi, la loro fine e l’azione omicida concomitante di Amedy Coulibaly nel supermercato kosher. Le pagine si susseguono senza cedere alla morbosità del dettaglio truculento ma offrono al lettore, con la potenza evocativa dei fatti messi in sequenza e filtrati da una messe di documenti e testimonianze di prima mano, tutto l’orrore e la disumanità di un’azione folle, scatenata da un credo religioso che si fa patologia ed esplode in ordalia mortale.

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Anais Ginori con Patrick, l’edicolante di Charlie (Foto Journal du Dimanche)

E proprio Patrick, il cui ruolo sembra essere quello dell’ultimo uomo ad aver visto vivi i vignettisti prima delle raffiche letali, torna in scena in una carambola incredibile di fatalità, quando viene fermato dagli attentatori in fuga in tutt’altra zona di Parigi, intento lui a tornare a casa per il pranzo, loro a scappare chissà dove per terminare la loro vita “ammazzando più poliziotti che possiamo”. Una fuga che, guarda caso, terminerà in un altro luogo sacro della carta stampata: una tipografia. Anais, discendente da una genìa di giornalisti e di attori, conosce il mondo dei giornali fin dall’infanzia: «Prima della rivoluzione digitale, lavorare a un giornale era un grande lavoro collettivo, fatto di tante professionalità: ho sempre visto l’edicolante come un artigiano, indispensabile per far leggere il giornale ai cittadini la mattina, così come i tipografi. Provo molto affetto per quel mondo fatto di gente diversa ma che tendeva a un unico scopo: far nascere, ogni giorno, il giornale».

Pubblicato prima in Francia come Le kiosquer di Charlie, nonostante la letteratura sterminata sui fatti di Parigi il libro ha trovato un suo spazio grazie alla scelta di condurre un’inchiesta alla vecchia maniera, in omaggio a un mondo in crisi, come quello del giornalismo “da marciapiede” e stampato su carta, che mai era stato violato in Occidente con uno sterminio in redazione: «Credo sia stato il mio modo di rispondere ai fatti che avevo seguito per il mio giornale. Il libro è una ricostruzione storica ma anche un atto di amore per il giornalismo, è la mia maniera per ribadire che, nonostante le difficoltà economiche e le minacce, il nostro resta un mestiere necessario. Del resto, a ben vedere, Charlie Hebdo non era su Internet, e la scelta tragica dei terroristi mostra che la forza del giornale di carta c’è ancora, nonostante fosse una pubblicazione da 30.000 copie ignota ai più».

«Ho cercato – aggiunge Ginori – di scrivere un racconto distaccato: un po’ per la mia indole, ma anche perché credo che il nostro ruolo sia quello di filtrare l’emotività, che pervade per esempio i social network, separando lo sguardo sul mondo e i suoi accadimenti dalle reazioni “di pancia”». Questo non significa non cogliere la tragedia umana: nelle uniche concessioni personali, Anais dà conto della telefonata al marito (l’inviato del Corriere Marco Imarisio) durante la quale non si rende conto di essere scoppiata in lacrime; alla successione degli eventi, poi, oppone laconici paragrafi di vita quotidiana, in cui l’inviato è la madre che deve spiegare ai figli il senso dell’azione criminale di Charlie e le non-ragioni del terrore.

Quello che non troverete, nel libro di Anais Ginori, è un giudizio sulla satira di Charlie Hebdo. «A me non mi piace. Non trovo le loro vignette particolarmente divertenti, non lo compravo prima e non lo compro ora; non ho mai adottato lo slogan “Je suis Charlie”, nonostante l’ovvio significato di solidarietà, perché mi sento lontana da quel mondo e poi so che la maggior parte di chi si dichiarava “Charlie” non lo aveva mai sfogliato. Tuttavia trovo eccessivo che, per esempio, il sindaco di Amatrice abbia deciso di sporgere querela per la vignetta sul terremoto: ci sono cose più importanti delle quali credo si debba occupare. Ciò che mi ha più colpito, nel corso dell’inchiesta, è che questa storia tocchi così spesso il mio mondo: la strage in redazione di un giornale che esiste solo su carta, l’edicolante che vende i giornali ai vignettisti e, ore dopo, è il prescelto dal caso per cedere l’automobile alla fuga dei fratelli. Infine, l’epilogo in tipografia. Gli stessi vignettisti uccisi erano personaggi novecenteschi, con il loro rito della mazzetta dei giornali… In un certo modo erano fuori dal tempo, anche con la loro satira e la loro formazione culturale, eppure non è stato preso di mira qualche personaggio del web: sono stati colpiti proprio loro».

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