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Amira Hass, voce di chi sfida il potere

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Non ha peli sulla lingua Amira Hass, scrittrice e corrispondente del quotidiano israeliano Haaretz da Ramallah. C’era da aspettarselo, considerato che è l’unica giornalista ebrea israeliana a risiedere nei Territori palestinesi.
Invitata a intervenire sul tema «Israele e i palestinesi nell’era Trump»  in un evento promosso dal Dipartimento di Culture, Politica e Società e dal Master in Giornalismo dell’Università di Torino, in collaborazione con il Progetto «Cittadinanze» del Campus Luigi Einaudi e l’Ordine dei Giornalisti, ha parlato con franchezza di come è stata affrontata la questione israelo-palestinese durante la presidenza Obama.
Un bilancio piuttosto negativo delle politiche messe in atto durante i suoi 8 anni al governo: «Le aspettative erano alte, anche perché Obama era forse il primo presidente degli Stati Uniti a conoscere la situazione e riconoscere profondamente il disastro dell’occupazione israeliana.» Dunque grande è stata la delusione in quanti speravano in un cambiamento e pensavano che Obama avrebbe saputo cosa fare o perlomeno ci avrebbe provato. «Invece non ha bloccato il sorgere degli insediamenti, né ha smesso di elargire il generoso aiuto militare a Israele. Non ha mai interrotto la cooperazione sull’assistenza e la sicurezza militare. Le ultime mosse nelle ultime settimane del suo mandato sono state apprezzate, ma non hanno cambiato di molto la situazione.»
Con Trump non può che andare peggio, considerato il via libera all’espansione degli insediamenti e alla costruzione di nuovi edifici: una «felice violazione dei diritti internazionali» grazie all’appoggio a Washington di un «amichevole presidente».

Come possono raccontare il mondo i giornalisti? Amira Hass rivolge un consiglio valido ieri come oggi, un sempreverde: sfidare sempre il potere, prenderlo come bersaglio, tenere sempre a mente che dietro ogni storia bisogna indagare cosa il potere ha fatto e come lo si può criticare.
Pensando a situazioni di oppressione e repressione delle persone, di gruppi, minoranze, ideali, dà la sua interpretazione di cosa sia il potere e lo definisce così: «Sono gli Stati capitalisti, ma anche i padroni, l’uomo nelle società patriarcali, vertici dell’università, grandi imprese.»
Poi dedica un pensiero a quanti lavorano con i nuovi media e in particolare con quelli che chiama i quick media: «Ricordatevi sempre che anche Facebook, anche Twitter richiedono accuratezza.» Soprattutto in tempi di post-verità (il riferimento a Trump è netto) occorre tornare a essere tradizionali, persino conservatori, se è il caso: «Smontare il post-verità per tornare all’epoca della verità. La verità esiste, non è tutto relativo. Talvolta la gente tende a dimenticarlo.»

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