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Amina Sboui a Torino: incontro con la ex Femen

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La copertina del libro
La copertina del libro

Amina Sboui ha vent’anni. I capelli tagliati corti, un paio di sneakers ai piedi e dei jeans; un tatuaggio colorato sull’avambraccio, l’aria sfrontata e un acceso rossetto rosso sulle labbra. È una ribelle, una fumatrice accanita, una “cattiva ragazza”, con una sua forza e una sua fragilità. Da tempo sotto scorta, una vita già segnata da tante battaglie, arriva con due bodyguard che per tutto l’incontro rimangono piantati saldamente ai lati della sala.

L’occasione è la presentazione del libro “Il mio corpo mi appartene”edito da Giunti; pagine che raccontano la storia di una lotta, iniziata a febbraio 2013 con l’adesione al movimento Femen, e continuata nel marzo 2013 con la pubblicazione di una foto a seno nudo su Fcb che le costa la galera e l’esilio.
Nel libro Amina Sboui racconta della sua vita, ma soprattutto la storia recente della Tunisia, prima della rivoluzione, durante e dopo. Al Circolo dei LettoriFarian Sabahi, giornalista ed esperta in Medioriente, la intervista con professionalità e la cura di chi ha compreso perfettamente il profondo di una donna; Farian è anche una presenza preziosa, aiuta il pubblico a capire alcune sfumature, certi aspetti del mondo arabo che pochi conoscono.

Si inizia dalle Femen: Amina le scopre per caso, grazie ad una foto in internet di una manifestazione a Parigi; ciò che aveva trovato interessante era stata l’idea di mostrare il corpo nudo in risposta all’oppressione maschile: perché, racconta, volevo così scioccare il modo di pensare degli islamisti, sia nel governo che nel paese. Contatta allora le femministe ucraine, e le segue, anche se non per molto. “Era subito dopo la famosa Rivoluzione tunisina – racconta Amina nel suo libro – e stava cominciando proprio allora quella che è stata chiamata Primavera Araba. Io non volevo restare inattiva perché quel che stavamo vivendo era quasi peggio della dittatura di Ben Alì”. Allora, offre il suo corpo tatuato per esprimere ciò che pensa e per rivendicare la propria libertà.
Si discosta però quasi subito dalle Femen: “Sono la prima a criticare la religione, ma ho trovato che gli ultimi loro interventi pubblici fossero poco intelligenti, provocatori senza essere costruttivi, che senso aveva per esempio che venissero a simulare una preghiera musulmana a seni nudi davanti all’ambasciata tunisina di Parigi?”.

Prima delle foto “dello scandalo” però, il carattere ribelle della blogger tunisina già si era rivelato. La sua non è una vita facile, segnata a tratti dalla violenza, anche domestica; ed è comunque una storia di forza e di conquiste di libertà, la cui lotta inizia già da giovanissima. A 9 anni, la bloggeuse si trasferisce infatti con la famiglia in Arabia Saudita, e ne rimane scioccata. “L’Arabia Saudita era un altro pianeta – racconta – ero sconvolta nel vedere quello che succedeva, in un mondo diverso dalla Tunisia. Un giorno mia sorella ed io eravamo alla Mecca, luogo del pellegrinaggio, uno dei pilastri dell’islam, non indossavamo il burqa e avevamo un vestito senza maniche; ma eravamo bambine, non pensavamo fosse un problema”. In realtà, in Arabia Saudita, spiega Sabahi, per la legge islamica una bambina diventa maggiorenne a 9 anni, e in teoria si può sposare, deve obbedire alle leggi ed è punibile penalmente come se fosse un adulto.
“L’Arabia Saudita è uno di quei paesi dove esiste la polizia religiosa, che gira coi bastoni e impartisce punizioni corporali. Avrebbero voluto picchiare mio padre, non l’hanno fatto, l’hanno solo redarguito, ma noi bambine abbiamo dovuto mettere il velo integrale, quello che lascia scoperto solo gli occhi. Non era piacevole perché c’erano 50 gradi e questo burqa nero era veramente pesante. Le donne in Arabia saudita non possono andare al ristorante, né in spiaggia né in piscina; e l’unico divertimento per loro è trovarsi a casa di una e dell’altra, vestite come se si trovassero a un matrimonio tutte ingioiellate ed elegantissime, ma è l’unica cosa che possono permettersi di fare”.

I paesi del nord Africa hanno avuto tante vicissitudini anche economiche, – spiega Sabahi – e i paesi dell’islam sono estremamente diversi, dal punto di vista economico, ma anche rispetto alla situazione delle donne. In Tunisia le donne hanno dei diritti grazie alle riforme volute da Bourguiba, il primo presidente dopo l’Indipendenza dalla Francia”.
“Le discriminazioni nei confronti delle donne nella legge islamica esistono e sono purtroppo inserite nella legislazione del paese – continua Sabahi. Una prima discriminazione riguarda la testimonianza: in questi paesi quella della donna vale la metà, perché si dice sia meno competente, e anche che non le si voglia dare troppa responsabilità nell’esprimere un giudizio davanti al tribunale; una seconda riguarda il risarcimento in caso di ferimento o incidente: in questo caso la famiglia della donna riceve la metà della somma che spetterebbe invece ad un maschio. La terza discriminazione concerne l’eredità: nei paesi islamici le donne ricevono la metà dell’eredità dei fratelli. Ci sono state delle riforme nei vari paesi, ma l’eredità è molto difficile da toccare, ed è una di quelle su cui le attiviste del mondo islamico si battono”.
E infatti, sottolinea Amina Sboui, in un paese laico come la Tunisia tante sono state le riforme introdotte dal presidente Bourguiba, ma l’eredità è rimasta vincolata alla sharia, la legge islamica.

Amina si esprime poi sulla religione, che sia l’islam o il cristianesimo: “Ci sono persone che ne hanno bisogno, che si sentono rassicurate dalle regole. Credo che dio sia come Babbo Natale: come gli adulti dicono ai bambini, comportatevi bene che Babbo Natale vi farà un dono, la religione dice ai grandi comportatevi bene e finirete in Paradiso. E io non penso di averne bisogno”.

A proposito di libertà Sboui dice: “è cosa nuova per i tunisini: quando ci sono state le Primavere arabe e il presidente Ben Alì è stato finalmente cacciato, i tunisini hanno iniziato ad imparare ad apprezzarla. Ma c’è una categoria di persone che è sempre stata in grado di sfruttarla, prima e dopo la rivoluzione: sono gli artisti. L’arte è sempre stato l’unico modo con cui si può parlare dei tabù religiosi, politici, sessuali”.

Un’ultima domanda, gliela poniamo noi del Caffè: le chiedo se con il futuro presidente Beji Caid Essebsi, recentemente eletto, vede un futuro roseo per il suo Paese. “Ho votato questo presidente perché è circondato da persone di cui ho fiducia, che ho sostenuto, risponde. Sono ottimista e in ogni caso non possono essere peggio degli islamisti”.

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