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Alla scoperta dei parenti dell’ISIS

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«La similitudine è fra il Daesh e i talebani”: questa la tesi di Alberto Simoni, responsabile redazione esteri della Stampa di Torino, sul tema Isis e comunicazione. “Spesso si bolla l’Isis come gruppo di orribili tagliagole, ma è riduttivo».

Alberto Simoni
Alberto Simoni

«Raccontando la nascita dell’Isis, si sono persi tantissimi elementi originari – spiega. Si tende a considerarlo un gruppo che ha contrastato al Qaeda nella guerra in Siria, poi è emerso come gruppo di ribelli islamisti più forte. Quindi, si ricordano la marcia su Musul e, nel giugno del 2014, la proclamazione del Califfato: in genere, si tralascia che il riferimento più immediato dell’Isis siano i talebani».

«Questo per una serie di ragioni ideologiche, culturali e di comportamento. I talebani, negli anni ’90, conquistano uno Stato: anche con le armi che gli americani hanno lasciato nella lotta ai mujaheddin contro l’Unione Sovietica, riescono a mettere le mani su una nazione, l’Afghanistan. Proclamano un emirato, legato direttamente all’islam, più o meno come Al Bagdadi che, invece di conquistare uno Stato intero, ricostruisce quello che nell’800 era un possedimento delle prime dinastie mussulmane (Omayyadi, Abbasidi, ecc), ovvero una grande area che da Bagdad arriva a Damasco, e costruisce quello che lui definisce uno Stato islamico. La parola “Stato” non è una semplice provocazione nei confronti dell’occidente, ma quello che il califfo intende costituire ispirandosi proprio alla storia delle conquiste dei primi musulmani».

«Come i Talebani governavano in maniera brutale un territorio, così l’ Isis – spiega nel suo libro Maurizio Molinari – bandisce la musica, impone alle donne di uscire solo se accompagnate da tre uomini, riscuote tasse, detta regole e comportamenti che rimandano all’organizzazione di una società, di uno stato. I taleban non minacciavano di colpire l’Europa e l’Occidente, per quanto considerato dissoluto, né pianificavano attentati; hanno iniziato a farlo quando è arrivato Bin Laden, con una sorta di “opa” nei confronti dei talebani. In cambio di sicurezza, lui garantiva flusso di denaro, e sappiamo cosa è successo l’11 settembre 2001. Ma guardando attentamente i documenti di quanto accade nello Stato islamico, non vi è una diretta minaccia nei confronti dell’Europa. L’obiettivo di Al Bagdadi è di consolidare i confini e creare il califfato dell’anno 1000, con le antiche capitali della grande potenza del primo mondo musulmano. Il percorso delle truppe dei miliziani va da Raqqa a Mosul, luoghi simbolo, una la capitale morale, l’altra luogo della proclamazione dello Stato islamico; il tentativo è di andare verso ovest, per costituire uno stato nuovo che va da Damasco a Bagdad, guarda caso due delle capitali del primo califfato».

isis

«La minaccia nei confronti dell’occidente è proprio lì: nel sovvertire un ordine ormai consolidato basato su Stati come Siria, Iraq che avevano un modus vivendi e operandi molto faticoso, ma che per noi poteva andare bene. Cosa ci fa paura del Califfato? Un altro aspetto che avvicina ai taleban: la propaganda, capace di attrarre i foreign fighters. Negli anni ’80, quando l’Unione Sovietica arrivò in Afghanistan iniziando una lunghissima guerra, per difendere il paese dai valori contrari all’islam, si mobilitarono accanto ai mujaheddin i combattenti stranieri, sostenuti e finanziati da Usa e dal blocco occidentale, che aveva tutto l’interesse che quel mondo si imponesse sull’altro, sull’Unione sovietica. Oggi il paragone potrebbe essere persino analogo: chi sono i foreign fighters? Sono persone che si innamorano di una causa e da Belgio, Francia, Gran Bretagna, Germania e in parte anche dall’Italia (piccoli numeri, 50 – 70 unità) vanno a lottare per quella che ritengono una giusta causa e un sogno: la realizzazione di uno stato dove i musulmani possano vivere secondo norme aderenti a quello che è considerato il vero islam».

«Ciò che fa paura è che gente cresciuta in mezzo a noi possa andare là a combattere, e un giorno tornare a farsi esplodere, colpire, portare una guerra qui. Intorno a questo, la propaganda dell’Isis è fortissima, ogni tanto in Rete spunta un video con il Vaticano in fiamme, il Colosseo, Roma che brucia, perché simbolo della cristianità. Quei video non arrivano da gruppi legati al “cerchio magico” dell’Isis: sono prodotti da gruppi esterni, cellule marginali talmente abbeverate di questa cultura, che si avvalgono dei mezzi straordinari della rete per raggiungere un pubblico sterminato e diffondere loro messaggi di paura. Da una parte, quindi, il cuore dell’Isis con l’obiettivo di creare un nuovo stato, un califfato. Poi queste moltissime parti esterne, che cercano di usare il timbro dell’Isis per diffondere ad ampio raggio messaggi di paura e di propaganda».

«Questa è la grande differenza rispetto a quanto è successo in Afghanistan, dove negli anni ’90, con i talebani al potere, questi mezzi non c’erano e l’occidente non non vedeva da vicino quella realtà terribile. Chi vi è andato come reporter o chiunque sia riuscito a infiltrarsi, racconta delle storie terribili di esecuzioni di massa, il divieto di educazione per le bambine, ecc. eppure noi ci siamo svegliati solo innanzi a un fatto, quando nel 2000 i talebani distrussero le due statue dei Buddha. Con l’Isis ci siamo indignati perché abbiamo visto le decapitazioni, con video che arrivano al cuore: quando, ad esempio, hanno fatto saltare Palmira. Perché è un gioiello,che riguarda anche la nostra civiltà».

«Questa è la vera nuova propaganda di cui è capace l’Isis: farci percepire il senso di paura e di orrore, di distruzione di tutto ciò che potrebbe appartenere a noi. L’Isis probabilmente non lo fa semplicemente per minacciarci, ma per affermare una forte identità, per quello che è il Califfato e il suo ruolo di interpretare la vita. E questa è la vera sfida che l’Occidente deve affrontare: un confronto culturale».

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