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Al Jazeera, libera stampa o megafono degli estremisti?

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Se c’è un Paese che sta vivendo più di altri il peso dell’accusa di destabilizzare la regione araba e addirittura di spalleggiare il terrorismo, quello è il Qatar. Una nazione retta da una monarchia costituzionale – il suo giovane emiro, classe 1980 e in carica dal 2013, è Tamim bin Hamad al-Thani – che ha conquistato l’indipendenza dal dominio britannico 45 anni fa e che, soprattutto, conta su una ricchezza straordinaria grazie ai giacimenti di petrolio: il suo Pil pro capite supera i 100.000 dollari annui e la famiglia al potere dirige un fondo sovrano di 600 miliardi di dollari.

La crisi che ha investito il governo di Doha a inizio giugno, bollata come manovra illegale e intimidatoria dalla famiglia regnante, rappresenta un cambio di passo notevole nelle relazioni tra i Paesi del Golfo; difatti Abu Dhabi, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain e l’Egitto hanno accusato esplicitamente il Qatar di familiarizzare con organizzazioni estremiste, tra cui anche l’Isis, Hezbollah e il fronte siriano Jabhat Fateh al Sham e ha avanzato una serie di condizioni per far cessare il boicottaggio: tagliare i ponti con i Fratelli Musulmani e Hamas (considerato una sua emanazione), interrompere l’ampliamento di una base militare turca, ridurre le relazioni diplomatiche con l’Iran sciita, smettere di concedere la nazionalità qatariota ai cittadini dei Paesi insorti contro il Qatar e di interferire nelle relazioni economiche degli stessi.

Dal punto di vista della libertà di stampa, tuttavia, tra le richieste spicca quella apparsa ai più come la maggiormente pressante: la chiusura immediata della rete televisiva Al Jazeera. Vista, ai tempi, come una grande innovazione di ispirazione occidentale nella comunicazione in quei territori, la tivù era stata fondata nel 1996 dal padre dell’attuale emiro, Hamad. Ebbene, dopo aver chiuso le sedi locali in Egitto e negli altri Paesi arabi che la consideravano un megafono di formazioni ribelli, ora viene palesemente accusata di essere uno strumento di propaganda politica e religiosa e un’arma utilizzata dal Qatar per imporre la sua ideologia, minando la sicurezza degli Stati vicini. 

Ovviamente,  non c’è alcuna possibilità che il Qatar accetti di chiudere Al Jazeera. Il ministro degli Esteri locale Mohammed bin Abdulrahman al-Thani (un altro rampollo della famiglia regnante) ha dichiarato che non ci saranno trattative in merito e la sua protesta, per il vero, è stata accompagnata da quella di alcune associazioni internazionali, che ritengono grave il fatto che Stati stranieri chiedano la chiusura di un network come condizione per interrompere un boicottaggio. Il consigliere delegato di Al Jazeera Giles Trendle, ex reporter dell’Economist e del Sunday Times, ha detto: «Siamo sconvolti dalla richiesta. Anche se in passato se ne era già parlato, trovo scioccante vederlo messo per iscritto. È una richiesta assurda quanto lo sarebbe una della Germania al Regno Unito per far chiudere la BBC». Tuttavia, c’è da rimarcare una netta differenza tra il canale arabo e Al Jazeera English, che ha una linea editoriale decisamente più “occidentale”, giornalisticamente professionale e misurata nel valutare le complesse questioni economiche e religiose. Il rapporto di RSF sul Qatar parla in maniera ambigua di Al Jazeera, da un lato lodando la sua indubbia qualità di aver cambiato per sempre il modo di fare informazione nel Golfo ma, sul versante opposto, criticandola per “ignorare ciò che capita nel suo stesso territorio”, in virtù di leggi liberticide e di una oppressiva campagna di soffocamento della libertà di stampa e di informazione.

Peraltro, il potere economico del Qatar è causa di altre implicazioni mediatiche, perché l’emiro al-Thani è proprietario della squadra di calcio francese del Paris Saint-Germain e, al di là dei numerosi interessi finanziari (anche in Italia, dove ha investito in alberghi e residence di lusso a Milano e sulla costa sarda) la sua passione per il calcio e lo sport ha fatto sì che Doha vincesse, con una candidatura sostenuta da una pioggia di denaro, la corsa all’organizzazione delle Olimpiadi del 2022

 

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