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Aiuto, il lettore italiano è scappato. Anzi, no!

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Per chi produce contenuti giornalistici destinati a essere pubblicati online è interessante sapere chi siano i propri lettori. E, prima di tutto, è bene sapere se questi lettori siano “vivi e vegeti”. Ebbene, secondo l’ultimo rapporto della Commissione Ue sullo sviluppo digitale, non c’è da star tranquilli: risulta, infatti, che gli italiani non solo leggono pochi giornali cartacei, le cui vendite sono sempre più in calo, ma non si informano nemmeno sul web.

Dal 2015 gliitaliani sono gli ultimi in Europa per la lettura di notizie online. Dopo di noi (venticinquesimi su ventotto) si posizionano Bulgaria, Grecia e Romania. I dati raccolti da Bruxelles dimostrano che solo il 56% degli italiani che hanno utilizzato internet negli ultimi tre mesi ha letto notizie online. E il trend non è certo positivo, risulta infatti in peggioramento rispetto ai valori del rapporto 2017.

Siamo i penultimi tra i 28 per l’utilizzo di Internet in generale, un primato negativo nel complesso delle competenze digitali. Gli italiani si connettono a internet non tanto per informarsi, ma piuttosto per musica, video e giochi online, film e tv on demand, per i servizi bancari e i social network. Infine, per lo shopping e le videochiamate. L’informazione resta comunque la terza attività principale svolta su internet, dopo l’intrattenimento e i social. Dalla parte opposta della classifica troviamo i lituani, che si confermano i lettori più assidui di notizie sul web. Seguono i croati, che si posizionano secondi in Europa, poi i cechi, i finlandesi e gli estoni. L’Italia, dall’altro lato della classifica, è in compagnia dei francesi, che si posizionano ultimi in Europa per l’uso dei social (meno di un francese su due connesso a internet li utilizza).

Perché questi risultati? “Probabilmente essi sono la conseguenza del crescente utilizzo di servizi a pagamento da parte dei media”, sostiene il rapporto. La colpa, dunque, sarebbe da addebitare alla sempre più diffusa introduzione dei paywall, di strumenti cioè che chiedono al lettore di pagare per leggere notizie sul web? L’obbligo di pagare per poter accedere ai contenuti e alle versioni complete degli articoli è forse il primo passo compiuto dai gruppi editoriali per risalire una china che negli ultimi anni aveva portato alla crisi di molti e importanti giornali. Se guardiamo oltreoceano, i contenuti a pagamento sono ormai una realtà acquisita: «Se al New York Times, oggi, ci sono più giornalisti di 10 anni fa non è certo grazie alla pubblicità, ma perché abbiamo chiesto ai lettori di pagare per un contenuto che non sarebbero riusciti a trovare da nessun altra parte» spiega Dean Baquet, direttore del Nyt, al convegno “Crescere tra le righe”, promosso dall’Osservatorio Permanente Giovani-Editori (Opge). «Sono in crescita gli abbonamenti ai contenuti di qualità, per avere informazioni puntuali e precise che i lettori non riescono a trovare altrove. Noi non siamo il ritratto del giornalismo statunitense in generale, noi siamo il giornalismo di alta qualità. Se vogliano che i lettori paghino, bisogna mantenere un giornalismo di alta qualità». Anche Martin Baron, direttore del Washington Post, ha sottolineato che il suo gruppo editoriale è tornato a fare utili non grazie alle pubblicità, ma agli abbonamenti: «E così abbiamo scoperto che i lettori sono disposti a pagare. Succede sempre di più».

Il modello dei ricavi degli abbonamenti digitali del New York Times presentato al convegno “Crescere tra le righe”.

Forse, come l’informazione nel suo complesso, così anche il lettore sta cambiando pelle, cominciando ad accettare di pagare per un’informazione che solo negli ultimi anni era diventata disponibile gratuitamente online, ma che in precedenza aveva sempre pagato comprando il cartaceo.

«Il numero dei lettori dei quotidiani non è mai stato così alto – dice Alessandro Magno, membro della Commissione Innovazione AIE (Associazione Italiana Editori) – Oggi il New York Times ha quasi 3 milioni di utenti abbonati e 92 milioni di utenti unici mese solo negli USA e se consideriamo i dati mondiali si arriva a 120/130 milioni di utenti unici. Trend analogo hanno avuto il Washington Post e il Financial Times. Il Guardian non ha mai avuto tanti lettori come oggi grazie alla rete e da, quotidiano nazionale, è diventato fonte di informazione globale».

Per quanto riguarda i quotidiani, la pubblicità cartacea è crollata (negli USA è passata in 10 anni da 60 a 20 miliardi di dollari) e gli editori stanno quindi cambiando il loro modello di business, passando dalla fruizione gratuita alla vendita di contenuti, come dimostra il forte aumento degli abbonamenti online dell’ultimo anno di New York Times, Washington Post e altri quotidiani di qualità. In questa tendenza si stanno inserendo anche La Repubblica e Il Corriere della Sera, che negli ultimi mesi hanno ridotto la fruizione gratuita di articoli. I lettori digitali torneranno dunque a comprare i giornali, seppure online?

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