Home»Professione giornalista»Agcom: l’editoria rischia il crac

Agcom: l’editoria rischia il crac

0
Shares
Pinterest Google+

I dati presentati da Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nella sua “Relazione annuale 2014 sull’attività svolta e sui programmi di lavoro” rappresentano un altro grave allarme sullo stato di salute dell’editoria italiani. Se non un requiem per i capisaldi dell’editoria, almeno per come è stata concepita per decenni.

I quotidiani e i periodici, nel corso del 2013, hanno registrato perdite di fatturato complessive del 7% per i primi e del 17,2% per i secondi. I ricavi dei quotidiani italiani sono scesi di 200 milioni di euro e si attestano a 2,3 miliardi, mentre i periodici perdono 500 milioni e, pure loro, incassano 2,3 miliardi. Sono numeri che si traducono in meno pubblicità, meno diffusione e copie, molto meno lavoro e nessuna prospettiva per rilanciare un settore agonizzante: anche perché il comparto pubblicitario ha imboccato da tempo la stessa strada e anche questa fonte di reddito, spesso (fin troppo) presente nei bilanci delle società editoriali, è in netto ribasso. Il calo dei ricavi provenienti dalla raccolta pubblicitaria, lo scorso anno, è stato addirittura del 10,9%: ciò significa che si è perso quasi un miliardo di euro rispetto al solo 2012, anno già segnato da una profonda flessione. La pubblicità ha perso, in un solo anno, quasi il 25% nel settore dei periodici e il 13,2% nei quotidiani; dati negativi anche per le televisioni, che segnano un -10,1%, per il cinema (meno 7%) e, notizia davvero infausta, segna una diminuzione anche la pubblicità sul web, con un calo del 2,5%.  

I dati Agcom raccontano, insomma, di uno stato del sistema informativo italiano ammorbato da una crisi che non pare conoscere vie di uscita: inutile rammentare che le cause di questi numeri sconfortanti non possono esaurirsi nella crisi globale che da almeno 6 anni ha attaccato il mondo occidentale; il ramo editoriale è un’industria particolare, che ha risentito della incapacità di intuire (almeno nel nostro Paese) il cambio di direzione delle abitudini del pubblico. Le edicole vanno a estinguersi, l’informazione quotidiana è passata dalla carta al web: ne parlava, con indubbia contezza, il direttore di Linkiesta Marco Alfieri, che aveva abbandonato La Stampa per tentare di guidare un progetto editoriale coraggioso e ambizioso, fare approfondimenti di qualità su Internet utilizzando “manodopera” professionale e trarne ricavi. Un suo intervento al convegno Glocalnews, poco più di sei mesi fa, era incentrato proprio sull’incapacità degli editori nostrani di cogliere i cambiamenti nel mercato, o di farlo in maniera grossolana e intempestiva. Purtroppo, anche Linkiesta è finita nel tritatutto della crisi: Marco Alfieri si è dimesso e il sito rischia di chiudere, lasciando un messaggio molto realistico anche per quelli che, diversamente da lui, si sono trincerati dietro il posto, cosiddetto sicuro, nei giornali tradizionali: «I contratti di solidarietà e gli stati di crisi [delle aziende editoriali, dice Alfieri] bruciano soldi inutilmente, congelando semplicemente posti di lavoro e modelli di business insostenibili, mentre gli editori tirano avanti ancora un po’ tagliando i costi, illudendosi che prima o poi torni magicamente la pubblicità».

In breve, insomma, a cadere fragorosamente potrebbero essere anche nomi storici del mondo dell’informazione. Tra le testate a imminente rischio di chiusura c’è L’Unità, la cui società editoriale di riferimento è in liquidazione e che, se non verrà rilevata da nuovi investitori, potrebbe sparire dalla scena a pochi mesi dal compimento dei suoi primi 90 anni.

[FF]

 

Previous post

Vive la France

Next post

Master in Giornalismo a Torino