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Accendere i riflettori sulle notizie che passano sotto silenzio

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Intervista a Lucia Goracci, giornalista e inviata di Esteri a RaiNews24
Da Mezzopieno News

Come riesci a mantenere l’equilibrio e un’attitudine positiva nonostante la tua professione ti abbia portata a sperimentare l’orrore delle guerre?
Tenendo i piedi ben saldi e ricordandomi ogni giorno quanto sono fortunata. Il primo bagno in vasca, di ritorno dall’Iraq, mi ha fatto ripensare alle donne di Mosul. Mi sono immersa a occhi chiusi in quella meravigliosa acqua tiepida, la prima dopo giorni, e le ho riviste: tutte. Quella notte in cui le ho guardate fuggire dai quartieri ancora in mano all’Isis. Di notte, perché di giorno non possono scappare. Lo stato islamico trattiene le popolazioni nei territori dove è assediato, con la forza. Per coprire, letteralmente con i loro corpi, la sua resistenza. Per costringerli a un “qui si muore tutti” che fa il gioco della sua propaganda. Per questo scappano di notte. Per non essere presi. Non essere sorpresi a fuggire, cosa che li condannerebbe a morte certa.
Ho ripensato a quelle donne che ho visto correre strette nelle loro abaya – il manto sintetico nero, che le ricopre sino ai piedi – inzuppate di fango. Ai loro piedi, le scarpe consumate e fangose. Ho pensato: io sono qui, a godermi il conforto di una ritrovata igiene, le carezza dell’acqua calda. Chissà se loro – nei campi di sfollate dove nel frattempo le avranno portate – avranno almeno trovato un po’ di acqua (fredda) con cui sciacquarsi la faccia.
Ho pensato a questo, nel mio primo bagno dopo il ritorno; e alla mamma che, entrando in una delle prime moschee dei quartieri già liberati, dove gli sfollati passano la loro prima notte fuori dallo stato islamico, ha detto al suo bambino: «Attento ai vetri!». Che era la prima frase che sentivo dire, a una mamma di là, in comune con le raccomandazioni che possono fare ai loro figli anche le mamme di qua.
Viviamo in un mondo in cui raccomandiamo ai nostri figli di stare attenti ai vetri in terra – e poco più. Siamo molto fortunati.

Qual è la notizia più bella che hai avuto la fortuna di dare?
Una delle rare volte che mi sono trovata al cospetto di una storia finita bene è stata quella della miniera di San José in Cile, dove 33 minatori rimasero intrappolati 69 giorni sottoterra. Era il 2010. Furono salvati tutti.
E ricordo di aver cominciato la lunga notte della loro risalita alla vita, trascorsa con il groppo in gola, con il racconto dell’attesa del piccolo Byron, 8 anni («100 ancora quelli che vuole passare con il suo papà»). Byron era stato portato, in testa l’elmetto bianco degli speleologi, al bordo del buco dove il padre Florencio Avalos era stato inghiottito, insieme con altri 32 tra cui suo fratello, per assistere al suo salvataggio. Si era dato un contegno, il piccolo Byron. Stava per assistere a un grande evento e lui continuava a fare domande da grande ai soccorritori intorno, al presidente del Cile. Poi però, alla vista del padre mentre riemergeva, non aveva retto ed era scoppiato a piangere («inondando la notte delle sue lacrime di bimbo»).

Qual è la notizia che vorresti dare?
Banale sarebbe rispondere «la fine di tutte le guerre» perché è un’ipotesi che non esiste. La notizia che vorrei dare riguarda l’Unione Europea e la crisi dei migranti. L’arrivo di centinaia di migliaia di siriani, iracheni, afghani, africani, bengalesi, pachistani, nella tarda estate del 2015, ha terremotato le stesse fondamenta della costruzione europea. Gli egoismi nazionali, le chiusure, persino una certa retorica che sembrava sepolta sotto le macerie del ‘900, sono riesplosi incontrollati. L’Europa ha dato prova di grave immaturità politica, di assenza di una visione, di carenza di leadership.
Vorrei un’Europa che non si spaventi, non si faccia cogliere impreparata quanto a cultura dell’accoglienza. È un’Europa di ex-migranti, la nostra. Ed è culla di valori universali, che i muri e i fili spinati hanno offeso.

Qual è l’aspetto che più ami del tuo lavoro e cosa invece ti risulta difficile o faticoso?
L’aspetto che più amo è l’incontro con le persone. L’occasione di incontro con culture diverse. E la possibilità di fare tesoro di questo incontro privilegiato, riportandolo a casa con me ma anche condividendolo con il nostro pubblico. La nostra è l’età dell’indifferenza. Il 22 marzo scorso ha cominciato a circolare la notizia che un bombardamento della coalizione a guida americana aveva provocato la morte di almeno 150 civili, in un quartiere di Mosul ovest. La notizia è passata sotto silenzio, per effetto dell’attacco a Londra. Io credo che la cosa più bella del mio lavoro sia poter accendere i riflettori sulle tante notizie che ogni giorno passano sotto silenzio. Fare di tutto per sottrarle all’oblio.

Essere donna è stata un’ulteriore complicazione nel tuo lavoro sul campo? O ti ha permesso di avvicinarti di più alle storie?
Essere donna non è necessariamente una controindicazione. Soprattutto in teatro di guerra, vieni percepita dagli eserciti – che normalmente sono lì per fare da filtro, da argine, al tuo incontro con le notizie e alla tua libertà di stampa – come più innocua. In genere si pensa che la donna che si avventura in una guerra lo faccia con minore preparazione dell’uomo. Spesso ho la sensazione di avere intorno a me soldati e ufficiali meno guardinghi e più compiaciuti. Di contro, capita di doversi misurare anche con una certa dose di scetticismo. Mi è capitato che mi venisse detto «Là è troppo pericoloso» da persone che non erano pronte a chiedersi sin dove fossi disposta a spingermi, dando semplicemente per scontata la mia minore preparazione al rischio, in quanto donna.
Mi è anche capitato, diverse volte, che le donne si aprissero a me con maggiore facilità e familiarità. Da donna, è più facile raccontarsi a una donna. La donna in guerra è fonte di informazioni incredibile. Perché loro sono quelle che, allo scoppio di un conflitto, si devono preparare. Preparare a proteggere i figli. Preparare a portar via da casa quello che si più salvare, nel caso si debba fuggire all’improvviso e in fretta. Non è mai chiaro abbastanza, al nostro pubblico a casa, quanto sacrificio vi sia nel lasciare tutto e andarsene.
Quando, nell’estate del 2014, mi trovavo sulla guerra tra Israele e Hamas a Gaza, io ebbi l’anticipazione che ci sarebbe stata l’invasione di terra da parte dell’esercito israeliano dalle donne che vivevano nei villaggi nord della Striscia. Che mi dicevano: «Li vediamo già, i soldati israeliani. Li vediamo.»

Per concludere, in questo momento quali sono le realtà che vorresti raccontare? E a quali voci – scomode – vorresti dare spazio?
Vorrei andare in Yemen. Sto tentando da mesi, ma è ancora estremamente complicato. Lo Yemen è la prova da manuale che quando hai contro una grande potenza, come l’Arabia Saudita, l’accesso alle guerre è estremamente arduo.
Quanto all’intervista che vorrei fare…. Avrei molto amato incontrare Nelson Mandela. Amerei intervistare Michelle Obama. Ma neanche le interviste ai tiranni mi spaventano. Non ci sono interviste che non si possono fare. Ci sono però interviste che non si possono sbagliare.

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