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Accademia della Crusca: giornalisti italiani, usate (bene) l’italiano!

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La lectio magistralis del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini, con cui si è aperto il nuovo anno accademico del Master Giorgio Bocca di Torino, ha offerto spunti molto interessanti per il mestiere del giornalista. Un lavoratore della parola che spesso dimentica l’importanza della lingua, suo strumento eletto, e sottovaluta la capacità di influenzare l’uso quotidiano della stessa da parte dei cittadini.

Nel suo intervento, che consigliamo di seguire per intero (qui sotto il video della lezione, tratto dal sito del Master), il professor Marazzini offre alcuni esempi ricorrenti di scelte stilistiche, vezzi e autentici malcostumi linguistici da parte di giornalisti e pubblicisti spesso molto conosciuti, la cui prosa influenza l’uso comune della lingua. Per esempio, l’utilizzo consapevole di frasi “frante”, brevi e incalzanti, continuamente interrotte dal punto (l’esempio riportato è quello di un corsivo di Ilvo Diamanti, politologo del quotidiano La Repubblica). Ma la vera voragine nella quale è sprofondato il lessico giornalistico, sottolinea Marazzini, è l’uso ingiustificato di termini stranieri, in specie inglesi. «C’è un forte tasso di uso di questi termini, i forestierismi, che accompagnano un tipo di materia. Il problema è se lo stesso metodo viene usato in ambiti come quello scientifico: fino a che punto è bene che la cultura assecondi le mode e il gusto?», si chiede il presidente, e mostra un articolo della Stampa di Torino che parla di junk food, cioè cibo spazzatura. Ma come: l’Italia, patria del cibo, si è fatta scippare pure il termine con cui lo si individua? Perché food e non cibo?

Marazzini cita il valente magistrato Raffaele Cantone il quale, su Repubblica, forse per colpa di «una visita negli Stati Uniti le cui tracce non si cancelleranno mai più», usa a ripetizione termini obbrobriosi come whistleblower, facilmente traducibile in italiano con “allertatore civico”, o l’ingiustificabile maladministration, inspiegabile perché esiste un omologo italiano, “mala amministrazione”. E non è solo una questione di termini o di autarchia del vocabolario, non sono battaglie di retroguardia: perché, come giustamente sottolinea il professore, usare un termine straniero per individuare un concetto di alto valore etico come (la buona e la cattiva amministrazione) rischia di far passare messaggi sbagliati: in questo caso, che il monopolio della moralità stia altrove, se in Italia non esiste neanche una parola per definire il comportamento di chi amministra malamente la cosa pubblica.

«Voi mi direte che il cammino degli anglicismi è inarrestabile e che, quella della Crusca, è una battaglia da Don Chisciotte. Ma siamo proprio sicuri che in tutti i Paesi dell’Europa le cose vadano come da noi? In italiano esistono, per esempio, almeno tre traduzioni di Quantitative Easing, e “iniezione di liquidità” è una di queste». Eppure, mostra Marazzini, francesi, spagnoli e tedeschi si comportano diversamente, c’è un sostanziale pareggio tra l’uso del termine anglofono e il corrispondente locale. Da noi, no: su 2.000 ricorrenze analizzate nell’archivio del Corriere della sera, per 1.950 volte è stato usato l’inglese e appena in 50 occasioni l’omologo italiano!

Altra questione controversa è quella del linguaggio di genere: sindaca, ministra, (il poco usato) chirurga, ingegnera e così via. «In testa a questo cambiamento c’è La Repubblica il cui direttore, Mario Calabresi, vanta di aver chiesto uniformità ai suoi giornalisti e spinto in questa direzione. Quindi i giornali, se vogliono, possono spingere verso un cambiamento dell’uso della lingua, in maniera giusta e autorevole». Discorso analogo per i neologismi: sono i giornali che, spesso, li inventano e li mettono in circolazione. Anche se, aggiunge, «la sciatteria dei giornali radio italiani ha raggiunto dei livelli incredibili, ben superiori a quello della stampa scritta», e se l’italiano medio si mette in bocca termini orrendi lo deve, probabilmente, più alla radio e alla televisione che non a quello che legge.

In definitiva, il giornalista ha l’obbligo di farsi difensore della lingua, per come veniva insegnata quando ancora si dava importanza alle parole, o tocca arrendersi all’analfebetismo di ritorno, alle stravaganze, all’imbarbarimento della comunicazione, anche di quella dei professionisti? «Il giornalista – dice Marazzini – deve fare i conti con le tendenze innovative della lingua ma, allo stesso tempo, esercitare il controllo su queste innovazioni, essere consapevole che sta diffondendo un modello linguistico e ricordare la deontologia professionale, anche nell’uso della lingua». Semmai il problema è che, sempre più spesso, si diventa giornalisti senza aver ricevuto una formazione adeguata; latita la sensibilità necessaria per rendersi conto del ruolo sociale del fare informazione, di quanto sia importante trattare bene la nostra lingua per elevare anche la sostanza della comunicazione, non solo la sua forma. 

 

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