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Carta, giovani e web: non si legge di meno, si legge… “diverso”

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C’è (almeno) un grande giornale in edicola, simbolo del giornalismo vecchio stampo, che attira ancora i giovani. Il New York Times, anno 2018, vende soprattutto tra i 18 e 29 anni: il 36,08% di chi lo compra deve ancora compiere 30 anni. I lettori anziani del NYT, compresi tra i 50 e i 64, sono una minoranza: appena il 7,95% del totale.

In Italia ci sono 40,6 milioni lettori di giornali e, di questi, solo 1,4 milioni sono lettori digitali: significa che anche da noi la carta è ancora un punto di riferimento, anche per i giovani. Ma allora cosa è cambiato, in questi anni di indubbia crisi della carta e di profondo rinnovamento della maniera in cui ci si informa? Una ricerca dell’Agcom ci aiuta a capirlo. Prima di tutto è senz’altro vero che i lettori fedeli dei quotidiani sono una minoranza: è una élite di persone di cultura medioalta, di età matura e che ha conservato la vecchia abitudine di acquistare il giornale al mattino. In questa fascia di pubblico, non ci sono state defezioni significative neanche in questi anni di affanno dell’editoria.

Quello che è cambiato maggiormente è il modo in cui ci si informa. Il quotidiano viene consultato anche nei giorni successivi alla vendita, fatto che un tempo era molto raro, mentre le notizie di cronaca vengono cercate sempre più nelle edizioni online delle testate. Ma gli editori digitali “puri”, quelli cioè che non hanno la versione cartacea dei loro giornali, sono ancora piuttosto piccoli e faticano a crescere come acquisizione di fette di mercato.

La ragione principale della crisi, secondo il rapporto, è quindi non tanto da trovarsi nel fatto che gli italiani non comprano più giornali, quanto nella circostanza che la pubblicità delle aziende, negli ultimi dieci anni, si è decisamente spostata verso il mercato digitale (anche non verso editori ma verso altri produttori-distributori di contenuti, come Google) e ha prosciugato le casse di chi stampa giornali. Le pubblicazioni italiane, da sempre, contano più sulla pubblicità che non sui ricavi delle vendite e questo fenomeno le ha pesantemente messe in difficoltà.

In Italia, insomma, si fa poco per attirare i lettori in edicola o, comunque, per incentivarli a comprare giornali di carta. Gli abbonamenti, per esempio, non premiano: nel nostro Paese toccano il 5% delle vendite, ed è davvero poco. Nello stesso tempo, gli editori hanno reagito malamente all’arrivo del digitale, che ha costi decisamente più bassi rispetto a chi le notizie le stampa, con campagne di riduzione delle spese a danno dei giornalisti e della qualità delle pubblicazioni. Una mossa “a perdere”, perché i dati dimostrano che anche i giovani italiani sono disposti a spendere per la vecchia informazione cartacea: più del 25% degli under 30 compra almeno un giornale o una rivista con costanza. Ma pretende che si tratti di un “oggetto” prezioso, editorialmente curato e fatto con carta e immagini che meritino la spesa

Se c’è una strada di sopravvivenza per l’editoria tradizionale, che ha ancora un mercato, è la qualità. Risparmiare, fare meno, approssimare, sottopagare, abbassare l’asticella sono tutte mosse che si sono rivelate controproducenti. Un prodotto serio, che crea senso di appartenenza e comunità, che sa trasmettere fiducia in chi lo legge è, invece, ancora vendibile: bisogna solo convincersi a farlo.

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