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A volte ritornano: l’equo compenso per i giornalisti, terza (e ultima?) puntata

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Archiviata, probabilmente per sempre, la storia degli Stati Generali dell’editoria, senza che nulla sia stato toccato, il governo in carica ha riesumato un’altra questione sospesa da anni: quella dell’equo compenso per i giornalisti freelance. Il sottosegretario con delega all’Informazione e all’Editoria, Andrea Martella, ha infatti deciso di firmare per la ricostituzione della Commissione per l’equo compenso nel settore giornalistico. Un cammino che era iniziato nel 2012 e si era interrotto nel 2016 quando, in poche parole, ci si era resi conto che riconoscere 20 euro lordi ad articolo (ben che andasse) non era la maniera per salvare i giornalisti precari dalla fame. Martella, classe 1968, iscritto al Pd, laurea in lettere e filosofia, sembra credere nella validità di uno strumento che, finora, ha mostrato di essere un pannicello caldo: «Sono convinto – ha detto – che per assicurare i necessari standard di qualità all’informazione professionale e per combattere la precarizzazione nelle redazioni occorra riconoscere un equo compenso, da individuarsi secondo criteri certi e condivisi».

Il problema, come nei tentativi passati, sarà proprio quello di individuarli, questi criteri certi e condivisi. La Commissione appositamente nominata, che inizia i suoi lavori proprio a dicembre 2019, è l’organo deputato a riprendere in mano un discorso iniziato, sospeso, rivisto e contestato più volte. «Confido – dice ancora Martella – che la Commissione possa giungere entro tempi ragionevoli al risultato, perché la dignità del lavoro giornalistico e la qualità dell’informazione si difendono in concreto anche riconoscendo a tutti i giornalisti un giusto compenso per il proprio lavoro».

Il fatto è che, nel contempo, il mondo dell’informazione continua nel suo veloce cammino di declino del modello di business tradizionale, quello basato su inserzioni, edicole e carta. Basta guardare anche solo i dati del 2019 in raffronto a quelli del 2018 (forniti da Ads, elaborati da primaonline.it).

 

Da almeno dieci anni, la caduta di vendite è costante e sostanziale. La trasformazione del “popolo dei giornalisti” in una categoria in massima parte formata da precari, e non più da lavoratori protetti da contratti a tempo indeterminato, è conclamata da tempo. Non passa mese in cui non si legga di redazioni in agitazione per tagli, chiusure, ridimensionamenti, accorpamenti al ribasso. Vale a dire, la risposta pressoché unica degli editori alla crisi. Una risposta miope, perché se un modello di affari inizia a declinare negli anni Duemila, e continua costantemente a subire i colpi della rivoluzione digitale, del cambiamento di abitudini e del tramonto di una cultura basata sulla carta, rispondere risparmiando su contenitore e contenuti è una reazione destinata al fallimento del progetto, se il progetto è salvare i giornali. Ciò non toglie che, se una delle storture è rappresentata dalle paghe imbarazzanti riconosciute a tutti i collaboratori delle testate, non sia necessario intervenire e tornare a parlare di equo compenso è una questione di professionalità e di giustizia sociale, nonché di dignità di un mestiere difficile e impegnativo per molteplici aspetti.   

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