Home»Agenda»A Torino, i giornalisti del futuro

A Torino, i giornalisti del futuro

0
Shares
Pinterest Google+
FEJS
Il partecipanti all’evento torinese, nella main hall del Campus Luigi Einaudi

“Erano 83 gli studenti di giornalismo che si sono incontrati a Torino all’Annual Congress del Forum for European Journalism Students (FEJS) e provengono da Polonia, Finlandia, Germania, Belgio, Olanda e Italia”, racconta Francesco Riccardini dell’Associazione Allievi del Master in Giornalismo Giorgio Bocca, organizzatrice, con il patrocinio del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” dell′Università di Torino, dell’evento che per 5 giorni, dal 14 al 19 aprile, ha portato i futuri reporter europei nella nostra città a parlare di innovazione nel campo del giornalismo e della comunicazione, nel corso di workshop – riservati agli iscritti dell’organizzazione europea – e conferenze in inglese aperte al pubblico.

“Il Forum for European Journalism Students è un’organizzazione nata nel 1986 dall’idea di un gruppo di studenti belgi e danesi uniti dal desiderio di scambiarsi esperienze e condividere contatti e buone pratiche giornalistiche”, continua Riccardini. Da allora l’organizzazione è cresciuta fino ad abbracciare tutte le nazioni europee, sia dell’Unione, sia extra-comunitarie, creando un network che riunisce oltre 300 università di tutto il continente. Ogni anno l’organizzazione raduna i giovani giornalisti da tutta Europa, come per l’Annual Congress svoltosi a Torino, in eventi formativi, momenti scambio e confronto, ascoltando lezioni di esperti.

Massimo Russo e Anna Masera per La Stampa hanno aperto la sessione dedicata al giornalismo digitale, con gli interventi di Clara Attene e di Barbara D’Amico del team Viz&Chips vincitore della Digital News Initiative di Google.

Il data journalism è uno strumento importante per mostrare in modo più divertente e coinvolgente dati e informazioni su temi complessi” – spiega Clara Attene, giornalista, autrice insieme alla squadra di Viz&Chips di “World data cup”, un lavoro realizzato per La Stampa per attirare l’attenzione sulle condizioni economico e sociali dei paesi del mondo, proprio durante i mondiali di calcio.

Ma come si realizza un lavoro di datajournalism? Il case study analizzato è quello dei “Panama papers”, l’inchiesta globale che ha coinvolto più testate e giornalisti da tutto il mondo su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager, e su come nascondono i propri soldi dal controllo statale. “Le attuali tecnologie e programmi di analisi di dati permettono di raccogliere, pulire e catalogare immense quantità di file – che poi vanno contestualizzate e combinate con i fatti -. Basti pensare che sono stati 11,5 milioni i fie analizzati e verificati in 1 anno per “Panama papers”, mentre per l’inchiesta “Spotlight” ci sono voluti 2 anni per analizzare e combinare 1000 nomi e fatti appena 15 anni fa”, spiega Barbara D’Amico.

Come ha dichiarato Marco Bobbio, presidente dell’associazione degli Allievi Master in Giornalismo Giorgio Bocca, “La rete e la connettività hanno cambiato radicalmente il mondo dell’informazione: sono diversi gli strumenti utilizzati da chi fa comunicazione, sono nuovi i canali attraverso cui sono veicolati i contenuti, e anche i comportamenti dei lettori/ascoltatori rispetto alle news sono in continua e rapida evoluzione. I giornalisti devono oggi essere in grado di fornire un servizio di qualità e devono saper rendere più “engaging” i contenuti dell’informazione, avendo però sempre come punto di riferimento lo specifico della professione giornalistica, dalla verifica delle fonti all’accuratezza e alla veridicità delle notizie”.

IMG_4047
L’intervento del prof. Cristopher Cepernich

Ed è su questi temi che si è focalizzato l’intervento di Cristopher Cepernich, direttore dell’Osservatorio sulla comunicazione politica e pubblica del Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino, che ha portato all’attenzione degli studenti i nuovi elementi del mondo dell’informazione, dalla mediazione alla disintermediazione e la reintermediazione.
E il caso eclatante di come la politica ha cavalcato il cambiamento, mentre il giornalismo è rimasto a guardare, è quello di #matteorisponde, il video in streaming del Presidente del Consiglio Matteo Renzi che risponde “in diretta” alle domande dei cittadini e che le principali testate giornalistiche hanno rilanciato senza mediazione, appunto. “La comunicazione di #matteorisponde è smart, informale, interattiva, direttamente connessa con i cittadini, ma è mancata la verifica delle informazioni, non ci sono domande, se non quelle selezionate. Dov’è il giornalismo in questo caso? Non c’è” Esorta Cepernich. “Il giornalismo dovrebbe trovare il modo di giocare il suo ruolo tra comunicazione e informazione. La principale funzione del giornalismo (ossia quella di informare) non può essere facilmente rimpiazzata dalla comunicazione parziale, fatta dalla politica, per esempio. La disintermediazione della comunicazione dei politici è un’opportunità, ma non può prendere il posto dell’informazione. #matteorisponde è propaganda, non è giornalismo. Non possiamo confondere comunicazione con giornalismo”.

E i nuovi strumenti di giornalismo sono stati presentati anche dall’intervento dell’ex direttrice di Radio Popolare, Marina Petrillo, con il progetto Reportedly, un nuovo progetto giornalistico internazionale, di cui Petrillo è tra i fondatori, che si basa su un utilizzo dei social media diverso rispetto a quello della gran parte dei giornali e dei siti di news, che vuole coinvolgere direttamente i lettori.

Trasmesso in diretta streaming dall′Aula Magna del Campus Luigi Einaudi (Lungo Dora Siena 100, Torino), sul sito dell’università sono disponibili i podcast delle lectures.

Previous post

Il rapporto RSF: l'Italia scende, eppure...

Next post

Runaway journalist, ovvero fuggire lontano