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Manon Loizeau e le missing women

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loizeauSono passati dieci anni da quando la documentarista franco-britannica Manon Loizeau insieme ad Alexis Marant ha girato “La malédiction de naître fille”. Eppure è un documentario tristemente attuale. Si può persino affermare che la situazione sia peggiorata, perché a oggi sono 200 milioni le “missing women”, le donne mancanti all’appello. Vittime del pregiudizio che vuole che una figlia femmina sia una disgrazia per la famiglia, un peso inutile, una maledizione: in India per rispetto della tradizione, in Pakistan per miseria, in Cina legati alla politica del figlio unico che porta a preferire il maschio, l’infanticidio femminile e l’aborto selettivo sono diventate pratiche drammaticamente diffuse.
L’ecografia in una società patriarcale diventa uno strumento pericolosissimo: conoscere il sesso del nascituro significa poter intervenire per spezzare il maleficio di avere una figlia femmina, un orpello superfluo giacché non potrà studiare, uscire di casa, lavorare, se non all’interno delle mura domestiche. E anzi costringerà la famiglia a investire nella dote quando si sposerà.
In India, un uomo può abbandonare la moglie se non riesce a dargli un figlio maschio. E la società non solo tollera, ma giustifica questo comportamento discriminante.
Non è un problema confinato alle aree rurali e legato all’ignoranza o alla povertà. Molte donne delle classi più agiate ricorrono all’ecografia per praticare l’aborto selettivo ed evitare alle loro future figlie di sperimentare la stessa sorte che è toccata loro, per non vivere una vita di discriminazioni e violenza, per non assistere alla profonda ingiustizia di autoeliminarsi.
Già, perché il peso dell’infanticidio è tutto sulla madre: si crede che se è la madre a compiere il gesto, allora non è “peccato”. Le donne incontrate da Manon Loizeau sono al tempo stesso carnefici e vittime, incapaci di portare addosso il dolore infinito di aver commesso prima ancora che un reato una violenza contro la loro stessa natura.
Le realtà impegnate sul campo, come Terres des Hommes in India o la Fondazione Edhi in Pakistan lavorano molto sulla sensibilizzazione delle mamme: se solo passano qualche giorno con i loro bambini, se cominciano a nutrirli, ad allattarli, allora non riescono più a separarsene.

Il documentario mette in luce il paradosso di villaggi di soli uomini, dove anni di infanticidio femminile e aborti selettivi hanno eliminato completamente la presenza femminile: comunità destabilizzate, estremamente disequilibrate, dove regnano depressione e solitudine e si sognano, guardando videoclip alla televisione, donne che non si potranno mai avere, come quelle che non hanno avuto il permesso di nascere.
Accennato anche il grave problema del traffico di esseri umani – donne, spesso bambine, comprate da paesi vicini da uomini adulti per averle un giorno come spose – che innesca un circolo vizioso: come ha osservato uno degli intervistati nel documentario, una volta rimasti soli gli uomini di città prenderanno le donne delle campagne, quelli di campagna, rimasti senza, prenderanno quelle di montagna e così via, fino a che si creeranno delle cellule di soli uomini in aree marginali e povere, estremamente instabili e pericolose.

Si è parlato di tutto questo e di molto altro nel dibattito che è seguito alla proiezione, ospitata alla Scuola Holden di Torino e promossa dalla Fondation Alliance française e Premio Albert Londres in collaborazione con il Caffè dei Giornalisti, grazie all’impegno dello staff torinese dell’Alliance.
A oggi non si è riusciti ad arginare, né a trovare una soluzione alle profonde ingiustizie compiute nei confronti delle bambine – e prima ancora verso le loro mamme. Alla domanda, rivolta dal pubblico, se avesse mai sentito pronunciare la parola «amore» durante le riprese del suo film, Manon Loizeau, con gli occhi lucidi e la voce un po’ strozzata, ha risposto: «L’ho sentita una sola volta, sulla bocca di una di quelle donne. Era dedicata a quella bimba che non ha più con sé».

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