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262 reporter dietro le sbarre: battuto il triste primato

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Anche il 2017, come il precedente, si conferma un anno nero per i giornalisti. Secondo un censimento del CPJ, il Committee to Protect Journalists, per il secondo anno consecutivo, il numero di giornalisti imprigionati per il loro lavoro ha raggiunto un livello storico. CPJ ha infatti censito (al 1° dicembre 2017) 262 rappresentanti della categoria dietro le sbarre di tutto il mondo, un dato in aumento rispetto al primato dello scorso anno che già si attestava a 259 incarcerati.
Sul podio dei peggiori carcerieri del mondo Turchia, Cina e Egitto.
La Turchia è ancora il paese con il numero maggiore di giornalisti in carcere, ben 73, e la repressione della libertà di stampa continua. La Cina e l’Egitto occupano nuovamente il secondo e il terzo posto, rispettivamente con 41 e 20 casi. I peggiori tre carcerieri raccolgono così da soli il 51% del campione, con 134 persone private della libertà.

«In una società giusta, nessun giornalista dovrebbe mai essere imprigionato per il suo lavoro, ma 262 persone stanno pagando quel prezzo», ha detto il direttore esecutivo del CPJ Joel Simon. «È vergognoso che, per il secondo anno consecutivo, un numero record di giornalisti sia in galera. Paesi che imprigionano i giornalisti per ciò che pubblicano violano la legge internazionale e devono essere ritenuti responsabili. Il fatto che i governi repressivi non paghino per i loro atti contro i reporter in carcere rappresenta un fallimento della comunità internazionale».
Secondo il censimento del CPJ, 194 giornalisti, il 74% del campione, sono incarcerati per aver avanzato delle accuse anti-statali, molti sono stati imprigionati grazie a leggi generaliste o vaghe. In Turchia, ogni giornalista del censimento è accusato di crimini anti-statali. Sebbene molti professionisti si occupino di più settori, è la politica il campo minato per antonomasia, sul quale cade ben l’87% di chi ora è in carcere. Quasi tutti gli incarcerati sono locali e la percentuale di freelance è più alta quest’anno, pari al 29% dei casi.
Anche l’Eritrea, con 15 casi, l’Azerbaigian e il Vietnam, con 10 casi ciascuno, rientrano in questa classifica.
La comunità internazionale ha fatto ben poco per isolare i paesi repressivi e la retorica del presidente americano Donald Trump e l’insistenza nell’etichettare i media più critici come creatori di fake news hanno l’effetto di rafforzare la struttura delle accuse nei loro confronti. Il censimento del CPJ 2017 rileva infatti che il numero di arrestati per fake news è raddoppiato quest’anno, arrivando a 21 casi.

Le cattive condizioni di detenzione sono un altro problema. E c’è da ricordare il caso di due giornalisti imprigionati in Cina, incluso il premio Nobel Liu Xiaobo (nella foto a lato), che muoiono poche settimane dopo essere stati rilasciati per motivi di salute, senza contare i molti gravemente malati.
Il censimento si limita a registrare quanti siano sotto custodia e non include le persone scomparse o prigioniere di gruppi non statali, come molti cronisti yemeniti. Il censimento non include i molti giornalisti imprigionati e rilasciati durante l’anno; i conti di questi casi sono disponibili sul sito di CPJ. I nomi degli incarcerati rimarranno nell’elenco di CPJ finché non si stabilirà con ragionevole certezza che sono stati rilasciati o che, purtroppo, sono morti in cella.

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