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Il 2019 dei giornalisti nel mondo: meno violenza, ma non più libertà

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Il CPJ, il comitato di protezione dei giornalisti, ha pubblicato i dati sulla libertà di stampa nel mondo nel 2019. Tra le tematiche più scottanti emerge la gamma di tecniche per censurare il giornalismo e limitare la libertà di stampa. Qui, ad esempio, troviamo l’elenco dei dieci Paesi più censurati: ai primi posti Eritrea, Corea del Nord e Turkmenistan, nazioni in cui i media fungono da portavoce dello Stato e qualsiasi giornalismo indipendente viene esiliato. E dove i pochi giornalisti stranieri autorizzati ad entrare sono attentamente monitorati.

Nel 2019, le manifestazioni di protesta in decine di Paesi hanno messo a rischio i giornalisti che coprivano i disordini in moltissimi Stati. Si parla di Albania, Algeria, Azerbaigian, Bolivia, Burundi, Cambogia, Canada, Cile. E poi Colombia, Ecuador, Egitto, Etiopia, Francia, Haiti, Hong Kong, Honduras, Indonesia. E ancora: Iran, Iraq, Israele e Territorio palestinese, Kazakistan, Liberia, Myanmar, Irlanda del Nord, Nigeria, Paraguay, Portorico, Russia, Spagna, Sudan, Turchia e Venezuela. Una lista lunghissima, che copre praticamente tutti i continenti e che, purtroppo, comprende anche l’Italia. A casa nostra – come riporta l’osservatorio permanente di Reporter senza frontiere – attualmente ci sono 20 giornalisti sotto scorta, per aver ricevuto minacce di morte da gruppi criminali organizzati (mafia e organizzazioni estremiste). Le minacce si stanno facendo più frequenti soprattutto in Campania, Calabria, Puglia, Sicilia. Ma anche a Roma e nel Lazio. Molti cronisti hanno subìto reati contro il patrimonio e altri sono stati privati dei loro documenti di lavoro da parte delle forze di polizia. E c’è tuttora al governo – ricorda ancora RSF – una forza politica i cui membri hanno spesso manifestato il loro sprezzo della stampa (talvolta con epiteti offensivi) ed esiste un movimento politico il cui leader si è augurato pubblicamente che ad alcuni giornalisti venisse revocata la protezione dello Stato. 

Il blocco di Internet, le restrizioni all’accesso e la censura dei social media sono  un altro capitolo degli attacchi alla libertà di stampa. Nonché una limitazione al lavoro dei giornalisti. Durante il 2019 ci sono stati oscuramenti di Internet – tra gli altri – in Ciad, nella Repubblica Democratica del Congo, in Etiopia, Guinea Equatoriale, Gabon, Indonesia. E poi Iran, Iraq, Kashmir, Mauritania, Myanmar, Sudan, Venezuela e Zimbabwe. Sempre più questa forma di censura sta diventando uno strumento repressivo utilizzato dai governi e una minaccia alla libertà di stampa nel mondo. Gli sforzi dei governi e delle piattaforme di social media per limitare la circolazione di materiale problematico online (dall’estremismo alla disinformazione) sono diventati una vera e propria trappola per i giornalisti. Rappresentano anche un ostacolo per i reportage indipendenti: ad esempio, sono state approvate nuove normative legate all’uso delle tecnologie che rischiano di risolversi in un limite al giornalismo di inchiesta in Algeria, Australia, Cuba, Egitto, Etiopia, Unione Europea, Israele e territorio palestinese, Kazakistan, Liberia, Nuova Zelanda, Russia, Sri Lanka, Singapore e Turchia.

Un altro aspetto fondamentale è quello delle minacce di stupro: gli stalker e le altre molestie riservate in particolare alle giornaliste. In un sondaggio svolto tre le giornaliste americane e canadesi, oltre il 70% delle intervistate ha dichiarato di aver avuto problemi di sicurezza o essere stata vittima di minacce.

Per quanto riguarda il numero dei giornalisti uccisi nel 2019, i dati CPJ riportano 25 casi di omicidio per motivi direttamente connessi al lavoro, il dato più basso dal 2002. «Il calo del numero di giornalisti uccisi è certamente il benvenuto dopo anni di intensificazione della violenza e rafforza la nostra determinazione a combattere l’impunità e fare tutto il possibile per proteggere i giornalisti – dice Joel Simon, direttore esecutivo di CPJ – ma non dobbiamo essere contenti. La triste realtà è che i nemici della libertà di stampa hanno a disposizione molti strumenti, tra cui la reclusione, minacce legali, molestie online e tecnologie di sorveglianza sempre più sofisticate». Il numero di giornalisti imprigionati per il loro lavoro nel 2019 è rimasto vicino ai massimi storici: sono infatti 250, sempre secondo i dati CPJ. L’autoritarismo, l’instabilità e le proteste in Medio Oriente hanno portato a un aumento del numero di giornalisti rinchiusi nella regione, in particolare in Arabia Saudita, che è ora alla pari con l’Egitto come il terzo peggiore carceriere al mondo. Dopo Cina, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto, i peggiori carcerieri sono l’Eritrea, il Vietnam e l’Iran.

Un caso da evidenziare è quello della Turchia (protagonista di un’edizione di Voci Scomode) dove la riduzione dei giornalisti reclusi (da 68 a 47) non rappresenta di per sé un segnale di miglioramento: piuttosto, è il risultato degli sforzi del presidente Erdoğan per sradicare le voci indipendenti, attuati chiudendo più di 100 testate giornalistiche e presentando accuse legate al terrorismo contro molti redattori e collaboratori. Con l’industria dei media decimata da arresti e acquisizioni da parte del governo e decine di giornalisti in esilio, senza lavoro o sottoposti all’autocensura, le autorità turche hanno anche emanato, a ottobre 2019, un pacchetto legislativo che ha concesso nuovi ricorsi sulle condanne per determinati reati, tra cui la “propaganda in favore di organizzazioni terroristiche”, una delle accuse più vaghe e, di fatto, preferita dai pubblici ministeri locali.

 

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