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2 novembre: stop all’impunità per chi uccide i giornalisti

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Il Paese in cima alla lista è la Somalia, seguìto dalla Siria, dall’Iraq e dal Sud Sudan. E sono i Paesi dove non solo muoiono più giornalisti, ma soprattutto dove gli autori di questi crimini non vengono perseguiti dalle autorità, perché sono gli stessi membri dell’establishment a ordinare questi omicidi; oppure perché non esistono leggi che regolino la libertà di stampa ma, soprattutto, che proteggano l’attività dei reporter, dei giornalisti investigativi, dei cronisti.

Il CPJ (Comitato di Protezione dei Giornalisti), una delle organizzazioni internazionali che si prefigge di monitorare lo stato della libertà di stampa nel mondo e che  interviene e con i suoi rappresentanti nelle aree dove opera, dall’Asia all’Europa, dalle Americhe all’Africa,  ha appena pubblicato il suo report annuale sul “Global Impunity Index”, il decimo dall’inizio dell’attività. E uno dei risultati che saltano più all’occhio è la continuità con cui ben sette Pesi, tra cui la Somalia, sono da dieci anni in cima alla lista. Segno che, in questi Paesi, i giornalisti non riescono a uscire da un ciclo continuo di minacce, persecuzioni, uccisioni e conseguente impunità dei loro assassini.

L’indice di impunità cresce nei Paesi in costante stato di guerra, lì dove gli autori dei crimini contro i giornalisti sono potenti attori locali ed esercitano il controllo dei media, anche con intimidazioni violente, e dove la mancanza assoluta di leggi, o la debolezza delle stesse, favorisce un clima di impunità. La Somalia è un esempio scuola, a causa della sua terribile e prolungata guerra civile e delle intimidazioni che i giornalisti subiscono sia da attori al potere, sia dalle milizie o da gruppi terroristici come al-Shabaab. A oggi, due dozzine di giornalisti sono stati uccisi in Somalia in dieci anni e in questo lasso di tempo non c’è stato neppure un processo. Gli autori dei crimini godono di assoluta impunità.

Abbastanza simile la situazione del Sud Sudan, quarto nella lista, mentre la Siria ha conosciuto una escalation notevole nell’Indice a causa della guerra; l’Iraq, con la sua endemica e diffusa struttura sociale, dominata dalla corruzione, da lotte interne tra gruppi di potere ed etnici, mantiene saldamente il terzo posto e si configura come uno degli scenari più pericolosi per i giornalisti che devono continuamente proteggersi dagli attacchi mortali, sia di gruppi terroristici come Daesh, sia dalle milizie a servizio di partiti o uomini politici o gruppi di potere.

Nota positiva per l’Afghanistan che, per la prima volta dal 2008, esce dalla top ten dell’Indice. Con “solo” un giornalista ucciso accidentalmente in un attacco bomba a Kabul, che ha colpito a morte 120 persone, il numero dei colleghi target di gruppi militari, di milizie e di gruppi di potere è diminuito, in comparazione agli anni passati, dove più di 12 giornalisti sono stati uccisi intenzionalmente, in conflitti a fuoco, battaglie o mentre coprivano eventi e temi di una certa pericolosità. Dalla top ten non escono comunque Paesi formalmente non in guerra come il Messico,  il Brasile, l’India, il Pakistan e la Russia ma che conoscono tensioni interne molto forti e una avversione notevole per il lavoro dei giornalisti che investigano sulle relazioni tra società civile, politica, business, potere e criminalità organizzata.

Il Global Impunity Index si avvale di una metodologia che calcola ogni anno il numero di omicidi irrisolti per Paese in un arco di dieci anni, comparandolo con la percentuale di abitanti di quella stessa nazione. Per questo report, il periodo di tempo investigato va dall’1 settembre 2007 al 31 agosto 2017. La metodologia scelta spiega, ad esempio, come mai non si trovino in cima alla lista anche Paesi che negli anni più recenti hanno conosciuto fenomeni di persecuzione della stampa e omicidi di giornalisti, come lo Yemen o il Congo, poiché la metodologia mira a investigare soprattutto sull’impunità e il sistema legislativo o l’applicazione del codice penale sul lungo periodo.

Il lavoro del CPJ viene pubblicato ogni anno il 2 novembre, per la Giornata Internazionale per la fine dei crimini contro i giornalisti.

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